Parvi sed apti mihi

Sentendomi in dovere di aggiornare il blog, ho pensato di focalizzare l’attenzione sugli ultimi dischi, pochi, entrati in casa mia. Eccone, quindi, la minuta rassegna, nella speranza che essa possa ispirare a qualche lettore un nuovo ascolto o una scoperta.

TOM PETTY & THE HEARTBREAKERS – TOM PETTY & THE HEARTBREAKERS La copertina lo direbbe un disco hard rock (o, come lo si chiamava nell’anno in cui uscì, il 1976, heavy metal), ma quel cuore effigiato in alto sul frontespizio suscita una tenerezza fuori l(u)ogo in ambito metallico, e anche il monicker così sfacciatamente Sixties e il sorrisetto strafottente che solca il volto del leader Tom Petty denunciano un romanticismo che trascende il piglio trucido evocato da chiodo, cartuccera e Gibson Flying V. E infatti l’interno si assesta su suoni ben più tradizionali e articolati di quanto ictu oculi presagito, spaziando dallo struggimento bluesy di Breakdown al country danzabile di Mystery Man, dagli ancheggiamenti honky tonky di Hometown Blues a una Strangered In The Night intitolata a Sinatra ma in realtà devota agli Stones, e via così fino alla conclusiva American Girl, cori e squillar di Rickenbacker come dei Byrds primevi che si innestano su un telaio ritmico di frenesia rock ‘n’ roll, nonché primo capolavoro di un Petty che come autore si sta ancora scaldando, mentre un quartetto dall’impeccabile preparazione ne asseconda le ambizioni di raccordo tra passato e presente. Ambizioni perlopiù soddisfatte, perché se la produzione è quella tipica del rock di metà anni Settanta con intenti commerciali, i referenti, dai Fab Four in giù, si situano più indietro e sono tutti classici già allora, sicché gli augusti modelli mantengono sempre alta l’ispirazione. Del resto, che cosa li spinge all’azione Petty e i suoi ce lo confessano a metà percorso: Anything That’s Rock ‘n’ Roll, nientemeno. E nemmeno a Astbury Park sono così franchi.

JOHN NORUM – FACE THE TRUTH
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Vita dura quella del chitarrista di una band famosa fuoriuscito dall’organico proprio mentre il gruppo è sulla cresta dell’onda: devi riorganizzarti, far sapere ai discografici e al pubblico che ci sei ancora, trovare gregari di valore e comporre materiale di livello paragonabile a quello che ti aveva dato la fama sotto la vecchia ditta. Molti non ce l’hanno fatta, alcuni sono partiti per altre esplorazioni musicali e solo pochi hanno avuto successo perseverando nello stesso ambito stilistico del proprio passato. Di questi ultimi John Norum è un fulgido esempio: fuoriuscito dagli Europe all’indomani del vendutissimo “The Final Countdown”, l’uomo ha da subito pubblicato album di buon livello, mantenendo alta la propria reputazione anche in epoche poco generose con l’hard rock melodico ma ben piantato nella tradizione settantiana che è sempre stato la sua cifra stilistica. “Face The Truth”, uscito nel 1992, è il secondo LP del chitarrista svedese nonché, vista l’eccellente caratura della band che lo accompagna (nella quale spicca l’ugola di Glenn Hughes) e la felice vena compositiva, senz’altro il suo migliore lavoro: gettate alle ortiche le ruffianerie tastieristiche del suo gruppo-madre (con il quale comunque non taglierà i ponti, né personali né sonori, come dimostra il cameo di Joey Tempest su We Will Be Strong) e voltosi a braccia aperte all’amata tradizione Seventies, Norum si profonde in dieci pezzi di rock duro elettrizzante, riuscitissimo nel darsi un taglio classico senza per questo sacrificare la contemporaneità, in cui persino il florilegio di istrionismi chitarristici non è fine a se stesso o strumento di vacuo esibizionismo, ma elemento funzionale alla trama sonora ed alla sua riuscita in termini di impatto e coinvolgimento dell’ascoltatore. La title-track, Night Buzz (anche se il riff deve più di qualcosa a Smoke On The Water), Good Man Shining e la lirica rilettura di Opium Trail dei Thin Lizzy sono imperdibili, ma tutto “Face The Truth” viaggia a pieno regime.

THE BAMBI MOLESTERS – SONIC BULLETS: 13 FROM THE HIPbambi molesters - sonics bullets
Le spiagge e il mare della Croazia sono ben noti, ma alzi la mano chi ne ha mai sentito parlare per il surf. Ecco. Altrettanto vale per la musica omonima, che evoca invero immagini di oceani impetuosi e opulenti palmeti più che di placidità adriatica e levantinismo balcanico. Nondimeno i Bambi Molesters, da Sisak (che si trova peraltro non sulla costa, ma nel centro della Croazia), sono riusciti ad imporsi come una delle più credibili formazioni surf contemporanee, incontrando l’appoggio di musicisti famosi e di disparata estrazione in tutto il mondo e suonando di spalla a gente come Cramps, Flamin’ Sideburns e Man Or Astroman?. Questo album, uscito nel 2001, è il terzo capitolo discografico del quartetto e fa tesoro dell’esperienza e dei contatti precedentemente accumulati (a dare una mano Peter Buck, Scott McCaughey e Chris Eckman dei Walkabouts) in tredici segmenti strumentali che richiamano alla memoria cavalcate d’onda vintage (Bubble Bath, Bombora), strazi amorosi di sabor latino (l’arrembante rilettura del traditional cubano Malaguena, con tanto di tromba; il recitato in spagnolo di Corazon Del Loco Jorge, curato da “Speedo” Martinez dei finlandesi (!) Flamin’ Sideburns; il languore sensuale di Farewell Malasaña) o immagini cinematografiche variegate, dal miglior Tarantino gangsta (“Theme From Slaying Beauty“) al western delle cavalcate verso il sole tramontante (“Last Ride“), fino ad inquietanti atmosfere noir (la conclusiva “Chaotica“, il cui andamento jazzy ha già stregato i produttori di “Breaking Bad”). In effetti le suggestioni cinematografiche tarantiniane sono preponderanti, ed è facile concordare con quell’utente di YouTube che dall’ascolto di “Sonic Bullets” si è figurato di trovarsi alla guida attraverso il deserto, diretto verso il confine, con il bagagliaio colmo di bottino e una stronza sexy al fianco. Scegliete voi dove andare, certo è che i Bambi Molesters vi faranno viaggiare. Surf intelligente, evocativo e variegato per uno dei migliori lavori di area degli ultimi anni.

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