Giganti sulle spalle dei giganti: The Sonics – This Is The Sonics

the sonics - this is the sonics

L’sms mi inchioda nel tardo pomeriggio: “Allora 8:30 davanti al cinema?“. Porca puttana. Avevo provato la tecnica del fingersi morto ma niente, non è andata. Ma vaffanculo.

Un film sui Pink Floyd poi! A me che dei Pink Floyd non è mai fregato un cazzo. Anzi no, non è esatto: a me che i Pink Floyd hanno sempre fatto cagare. Ecco, l’ho detto. Passi il rispetto per il genio tragico di Syd, la psichedelia pionieristica e tutto il resto, ma dal primo istante in cui ho sentito la loro musica li ho trovati dei pretentious wankers, come direbbero i nostri amici da Dover in su, e non fatemi tradurre ché ci son le signorine. Che poi nemmeno di un film sui Pink Floyd si tratta, ma di “Roger Waters The Wall”, una specie di documentario tratto dal faraonico tour a celebrazione del venticinquennale del disco omonimo, tenutosi nel 2014. Un film su una rockstar settantenne che usa scenografie da milioni, turnisti lautamente prezzolati e canzoni vecchie come lo Zimbabwe per vincere i suoi complessi. E con il futuro lavorativo appeso a un filo, e dopo una giornata passata gomito a gomito con gente che perlopiù anche no (“Ma che freddo! Ma perché sono nata in ottobre?” “Perché in gennaio era freddo“. Ha ha.) a fare cose che sì vabbè però, figurati che voglia che ho di trovarmi another dick in the hole. Provo a inventare scuse credibili come una promessa in campagna elettorale, ma ormai ho detto che sarei andato e la malcapitata destinataria non si merita un bidone così a ciel sereno. E quindi il quieto vivere (leggi “senso di colpa”) ha il sopravvento: “Arrivo per le 8:45, in caso prendi tu i biglietti“. Risposta: un cuore da chat, di quelli grandi e pulsanti. Ma vaffanculo.

E allora, visto che a quel punto è già sera, infilo a rapide falcate la porta della palestra, per espettorare almeno sul piano fisico il veleno che covo interiormente. Ma subito mi faccio ridere dietro dagli astanti, perché imposto sul lettore mp3 The Last Act Of Defiance (che, per inciso, condivido, soprattutto l’iniziale “The prison system, inherently unjust and inhumane…” eccetera eccetera, anche perché abito vicino al carcere ed ogni passaggio lì in fianco mi conferma che Johnny Cash non ci aveva capito nulla, perché là dentro la gente non sta a sospirare ascoltando i treni che passano, ma si ammazza a mani nude) e corro sul tapis roulant facendo air drumming in maniera sgraziata e plateale; operazione ripetuta immediatamente dopo, al suono di “Enemy Of God” dei Kreator, perché passare per cretino agli occhi di idioti è una voluttà da fine gourmet. Un altro paio di giri tra le macchine, doccia fugace e via nella ventosa notte autunnale coi capelli bagnati e il maglione a righe rosse e blu stile Nicke Royale, che, rifletto mentre raggiungo a rapide falcate il cinematografo con gli Hellacopters nelle orecchie, ho indossato quasi per caso e adesso può diventare una sorta di inconsapevole talismano. “Ma sì, mi porterà bene per la serata!”, mi incoraggio. Poi, però, ci penso sopra un attimo e casca il palco:”The Wall”. In concerto. Del solo Waters. Per almeno due ore. Ma vaffanculo.

Il film non era neanche male: mi sono addormentato solo due volte. E proprio per fugare il rischio di un’altra sonnolenza musicalmente indotta nei giorni seguenti mi sono immerso nell’ascolto di cui mi accingo a riferire. Con buona pace di Waters. Ah, Roger: se tutti quelli che hanno perso il padre in guerra ci avessero inflitto polpettoni del genere saremmo tutti come minimo diabetici. Ma v…eniamo al dunque.

Nessuno di noi, io che scrivo e voi che leggete, potrà mai capire fino in fondo l’impatto dei Sonics. E’ semplicemente al di fuori della nostra portata, per motivi essenzialmente anagrafici (quanti di noi erano ascoltatori attivi di rock ‘n’ roll già a metà degli anni Sessanta?) o, in subordine, geografico-culturali: in Italia i Sonics sono arrivati ben più tardi del momento del loro apogeo in terra americana e comunque in ambito anglofono, e cioè a metà dei Sessanta. Eppure i Sonics sono un classico del rock ‘n’ roll, roba da isola deserta nientemeno. A volte, però, è difficile riconoscerli come classico, e ciò essenzialmente per due motivi: perché se ne ignora completamente l’esistenza, essendo magari affaccendati in ascolti diversi o comunque non interessati alla filologia rock; oppure perché la loro influenza è così penetrante e capillare nel rock ‘n’ roll che la si dà in un certo senso per scontata. Anche senza contare il punk e il grunge, che da subito guardarono ai Sonics come padri putativi, persino i fanatici di garage si sono avveduti dei cinque di Tacoma via uno dei tanti revival che hanno interessato questa viscerale forma di rock nel corso dei decenni, in primis quello (è il caso di dirlo) oceanico degli anni Ottanta, e quindi hanno acquisito familiarità e intimità con pagine essenziali di questo genere quali The Witch, Cinderella o Strychnine solo ex post, spesso ampiamente.

Difficile, quindi, cogliere la portata deflagrante dei Sonics, il loro prendere il rock ‘n’ roll più selvaggio, quello nero dei Fifties, e rileggerlo aggiungendovi un sesquipedale tasso di ruvidezza sonora e una frenesia ritmica mai udita o quasi nel rock di allora (ma anche per tutti gli anni Sessanta, fino a “Kick Out The Jams”). E però siamo tutti scusati, perché, come ricorda William Ruhlmann quando recensisce per la AllMusic Guide “#1 Record” dei Big Star, il problema di arrivare tardi su un’opera lodata come influente è che probabilmente ti sei già imbattuto nelle opere che questa ha influenzato, e perciò le qualità di vera innovazione si perdono.

Breve riassunto: i Sonics si formano nel 1963 a Tacoma, nello Stato di Washington, da cui a stento proviene qualcosa di musicale ora e figuriamoci allora. Vi sono un organo, un sassofono, chitarra, basso e batteria, tenuti insieme da due dichiarati obiettivi: far ballare e assordare. Entrambi pienamente raggiunti con i primi due LP, “Here Are The Sonics” (1965) e “Boom” (1966), ambedue zeppi di incendiarie riletture di standard del rock ‘n’ roll giustapposte a deflagranti brani autografi e come tali divenuti due classici del rock più selvaggio di ogni tempo. Ma l’incantesimo dura poco, perché, con l’arrivo del ’67 e della Summer Of Love e il cambio di etichetta (dalla Etiquette alla Jerden), il gruppo perde mordente e viene scavalcato dall’onda psichedelica, che lo sommergerà al punto da impedirne il recupero persino nella seminale antologia garage-psych “Nuggets”, in quel 1972 ben più lontano di quanto il calendario segnasse. Seguiranno sparute antologie e diffusione tra i cultori di antichità Sixties (tra cui senza dubbio gente come Ramones, Dead Boys e Cramps), fino al definitivo sdoganamento per opera del garage revival di metà anni Ottanta, prima, e del grunge, poi. Da quel momento innanzi i Sonics sono un culto diffuso e consolidato, come è giusto che sia, e nel nuovo millennio, complice l’aria di nostalgia che si respira in ogni dove (musicale e non), sono tornati in pista quasi integri (3/6; non male, considerando che si aggirano tutti sui settanta e che, dei loro coetanei, gli unici ancora in giro con simili proporzioni di organico originale rispondono al nome di Rolling Stones), prima sul palco, poi, con sorpresa di tutti, su disco, inizialmente con un EP di materiale dal vivo, nel 2010, e infine con questo “This Is The Sonics”, uscito a febbraio scorso.

Cosa dire di originale e sensato su questo album? Innanzitutto che non è un esercizio calligrafico, buttato lì come scusa per intraprendere un tour. Non c’è tempo per tutto ciò, se hai passato i settanta e sei stato fermo per decenni. Ma nemmeno che si tratta di un disco dai suoni innovativi: la storia del gruppo non l’avrebbe consentito. Cos’è, dunque, “This Is The Sonics”? Troppo facile rispondere che non vi è contenuto nulla che già la copertina non annunci, però è proprio così: un concentrato deflagrante di rock ‘n’ roll anfetaminico ed eccitante, suonato con le palle sopra le mutande tanto quanto Agnelli portava il Rolex sul polsino, e il fatto che nella tracklist si rinvenga quasi subito una rilettura selvaggia ed azzeccata proprio di You Can’t Judge A Book By Its Cover non sposta di un millimetro i termini della questione; anzi, è significativo che la scaletta si apra con un’arrembante versione di I Don’t Need No Doctor, che a quell’età suona quantomeno coraggioso. E però veritiero, perché qui dentro ci sono i Sonics autentici, quelli del biennio ’65-’66, che suonano come se non fosse passato un giorno dall’alba del Vietnam e delle muscle cars, e infatti il suono roboante delle chitarre non proviene da effetti o pedali di sorta, ma dal puro e semplice volume sparato “to eleven” che distorce anche la migliore delle intenzioni (sonore e non). La potenza che trasuda, il coinvolgimento generato dall’ascolto, tutto ciò ha dell’incredibile, specialmente se si considera l’età dei musicisti e bene dice Federico Guglielmi quando osserva che un disco del genere “si direbbe opera di ventenni col pepe al culo e non di ultrasettantenni con tutte le ragioni per essere stanchi e disillusi“. Ecco, in questo senso “This Is The Sonics” è ciò che il titolo promette: sono i Sonics più autentici e che fanno quello per cui sono nati e per cui il mondo li tributa, e cioé suonare il rock ‘n’ roll in maniera no-nonsense, come si dice dalle loro parti; senza nascondersi dietro artifici di produzione, elaborate immagini di copertina o titoli accattivanti, perché una copertina praticamente monocroma, un’incisione in mono (ma, beninteso, da far tremare la terra; merito anche della produzione dell’ex Dirtbombs Jim Diamond, già dietro il mixer per i White Stripes, qui coadiuvato da Jack Endino) e un’affermazione di identità tra orgoglio e principio di non contraddizione bastano e avanzano per ricordare al mondo che essere stati giovani intensamente non vuol dire riuscire ad esserlo per sempre. Per dirla in guisa capitolina: “Roger, c’hai settant’anni. Stacce“. Stacce. E vaffanculo, ché questi sono i Sonics.

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