Once you try black, you never go back. Perché Little Richard dovrebbe essere nei libri di storia.

little richard

Guardatelo. No, non ho sbagliato: guardatelo. Guardatelo bene, perché è importante. Questo signore, ladies and gentlemen, ha rivoluzionato il mondo. Dovrebbe stare a fianco di gente come Gandhi o Albert Einstein, ma non lo troverete nei libri di storia, siano essi testi scolastici o monografie specialistiche. Tento di spiegarvi il perché.

Perché Richard Penniman è un musicista. Ma non un musicista di quelli il cui nome è ritenuto doveroso onorare anche senza avere mai sentito una loro composizione, tipo Schoenberg o Stockhausen. No, niente del genere. Richard Penniman è un rock ‘n’ roller, e quindi non ha nessuna particolare dignità intrinseca, né artistica né morale; anzi, l’esatto contrario. Però Little Richard Penniman da Macon, Georgia, U.S.A. ha cambiato la Storia come forse a nessuno di quegli artisti da name-dropping, ed anche a svariati rivoluzionari di professione (tra il nostro e il Che, per non fare che un esempio, non c’è partita), è mai riuscito di fare. Solo che lo sanno in pochi.

Little Richard è nero (anzi, è negro). Little Richard è omosessuale (anzi, è frocio). Ma soprattutto, Little Richard è l’inventore del rock ‘n’ roll. Sì, avete letto giusto: colui che ha inventato il rock ‘n’ roll. Ora potremmo stare a discutere per giorni su questa affermazione, dividendoci tra quelli che presidiano il ruolo chiave di Elvis nel traghettare il sound nero al pubblico bianco per renderlo definitivamente altro dal rhythm & blues, quanti perorano il riconoscimento del ruolo di Chuck Berry come vero trait d’union tra vecchio e nuovo blues, tra bianco e nero, tra rurale e urbano, e coloro che, invece, non vogliono vedere ingiustamente poste in secondo piano figure chiave come Carl Perkins, Gene Vincent, Jerry Lee Lewis o persino Ike Turner. Non è questo il punto. Little Richard ha inventato il rock ‘n’ roll perché Little Richard è il rock ‘n’ roll. Little Richard ha incarnato come nessun altro prima di lui (dopo è stato tutto più facile, ma comunque il dibattito è aperto) il concetto di rock ‘n’ roll; sotto tutti i profili, musicale ed esistenziale: il ritmo indiavolato, le scansioni armoniche derivate dal blues, il canto selvaggio ed antitetico a secoli di tradizione occidentale, la corporeità catartica delle performance, la vitalità scatenata, la sfrontata sensualità, l’eccesso estetico, la condotta di vita oltraggiosa, il sovvertimento dei paradigmi morali e sociali. La sovrapposizione totale tra vita ed arte, l’artista che rende la propria stessa vita un’opera d’arte, non è un fenomeno nuovo nella storia dell’arte occidentale; non lo era sessant’anni fa, non lo è, a maggior ragione, oggi. Però c’è qualcosa in più, in Little Richard, e quindi nel rock ‘n’ roll.

Il rock ‘n’ roll è la prima forma espressiva dell’era capitalistica che si avvantaggia delle sovrastrutture create proprio da questo assetto economico. Il rock ‘n’ roll nasce come voce della gioventù che non ci sta a farsi ancora confinare negli angusti spazi di un pugno di anni (bene che vada un decennio) all’interno della vita umana, schiacciati tra l’incoscienza infantile e i doveri di responsabilità dell’età adulta; come cassa di risonanza di una fascia socio-anagrafica che ha qualcosa da dire – qualcosa di personale, originale ed urgente – e, soprattutto, ha i mezzi per farlo, perché negli Stati Uniti vittoriosi del secondo dopoguerra un lavoro ben pagato si trova con poca fatica e quei soldi non devono essere tenuti da parte per i tempi duri, come facevano i vecchi, ma possono (anzi, devono) essere utilizzati per vivere meglio; per consumare; per divertirsi. Con il concetto di divertimento nasce quello di intrattenimento (entertainment), e si verifica quindi un passaggio chiave: la gente ha soldi; la gente vuole essere intrattenuta; bisogna intrattenere la gente. Come intrattenerla, però? All’inizio (e cioè fino a circa gli anni Cinquanta) bastava poco, almeno dal punto di vista musicale: un’orchestra per qualche ballo pudico e tradizionale, un/a cantante dall’aspetto rassicurante e dalla voce soave e graziosa e qualche rara e contenuta deviazione da questo schema. Man mano, però, che la capacità reddituale si fa più intensa, questo paradigma non basta più. Occorre qualcosa di nuovo, di selvaggio, trascinante e glamorous. Qualcosa che faccia incazzare i genitori. Qualcosa che faccia scopare. Qualcosa che renda la vita intensa e più bella. Qualcosa che si possa comprare, proprio come una macchina veloce o un paio di scarpe scintillanti. E qui entra in campo il rock ‘n’ roll, Giano bifronte della gioventù occidentale (prima americana, poi, a valanga, europea e tutto il resto). Assumendo duplice valenza di forma liberatoria del corpo, a mezzo del ballo, dopo secoli di sua subordinazione all’anima indotta dalla dottrina religiosa, e di certificato anagrafico della gioventù come strato sociale a sé stante, con proprie esigenze e valori, il rock ‘n’ roll sovverte in un sol colpo le convinzioni secolari della moral majority: crea modelli comportamentali, diffonde lessico, propugna valori, abbatte barriere. Soprattutto quella razziale, ancora totalmente integra nella land of the free a conduzione Eisenhower. Non è un caso che, nel dilagare di popolarità del rock ‘n’ roll, il “North Alabama White Citizens Council” (immagino superflua ogni spiegazione) avvertisse televisivamente che “Rock ‘n’ Roll is part of a test to under­mine the mor­als of the youth of our nation. It is sexu­al­istic, unmor­al­istic and … brings people of both races together“. E, onestamente, chi più di un negro che fa proprio il negro, e cioè canta dimenandosi su un ritmo da giungla, e per di più è un pervertito che si veste pure da checca, può apparire colpevole di questo sovvertimento? Avrete cominciato a capire.
Little Richard playing

Il punto è che Little Richard non si è mai ritratto da quei riflettori insieme così seducenti e così pericolosi; ha vissuto la sua identità fino in fondo, conducendo uno stile di vita orgogliosamente sopra le righe. Sopra ogni riga, se si dà credito a ciò che riporta la mitologia: la mitologia riferisce: orge, da lui organizzate, tra la moglie – perché erano pur sempre i Fifties della morale pubblica e dei vizi privati; ma si tranquillizzino i paladini del pride: la finzione durò solo quattro anni – e vari uomini, tra i quali, si sussurra, anche Buddy Holly; “incontri” con un altro campione del rhythm & blues estremizzato nel suono e nel lifestyle, Steven Q. Reeder detto Esquerita; scopofilia esercitata a mezzo di amiche compiacenti; esibizioni adolescenziali come drag queen; arresti per sbirciate maliziose in toilette pubbliche; concerti in cui il pianoforte veniva suonato con gomiti e piedi; un migliaio di dollari al giorno spesi in cocaina per tutta la prima metà degli anni Settanta; e molto altro. Il tutto, peraltro, senza nascondere le contraddizioni che connotano la sua personalità, come quella fede cristiana appresa con fervore in giovinezza e praticata in maniera sui generis, in primis con la spericolata conversione al ministero sacerdotale nel 1959, avvenuta all’apice della fama e al tempo vissuta con convinzione (quantomeno discografica; meno sotto altri aspetti, viste le dichiarazioni dell’amica e spogliarellista Audrey Robinson di aver voluto interrompere ogni relazione con il nostro per l’imbarazzo di intrattenersi con un reverendo…), salvo rapida ricusazione in favore di altri saliscendi esistenziali all’insegna di esigenze dello show business a quel punto fattesi elefantiache. Ecco, da questo punto di vista Little Richard ha fatto la storia: è stato non solo l’inventore del circo elettrico del rock ‘n’ roll, ma anche colui che per primo ha aperto le gabbie di animali bianchi e neri per mostrare loro che naturalia non sunt turpia e che non c’è ragione per interpretare in maniera figurata il comando di Giovanni 15, 12.

Il rock ‘n’ roll ha cambiato il mondo, e senza Little Richard non c’è rock ‘n’ roll. Anche la non-violenza ha cambiato il mondo, e senza Gandhi non c’è non-violenza, però il rock ‘n’ roll lo si suona ancora. E prima o poi, grazie a Richard Penniman, ne leggerete su un libro di storia.

2 thoughts on “Once you try black, you never go back. Perché Little Richard dovrebbe essere nei libri di storia.

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