Armatevi e partiamo: Imperial State Electric – Honk Machine


Mi piacerebbe dirvi che per scrivere questa recensione ho atteso di ascoltare attentamente il disco, cogliendone le singole sfumature, ma la verità è che il 21 agosto, quando “Honk Machine” venne lanciato sul mercato, ero in ferie in un posto dove questo genere di cose non arriva (non agevolmente, quantomeno). E quindi mi sono procurato il disco al mio ritorno, qualche giorno fa, e dopo qualche ascolto (ma solo perché l’intero LP dura 32 minuti: non brillo per pazienza con i dischi) posso infine riferirne con una certa qual contezza.

A mia parziale discolpa posso dire che era necessario solo un po’ di spirito di osservazione, che avrei potuto fare l’esegesi della copertina senza ascoltare il disco e non ci sarebbe stato molto da aggiungere sulla musica. Guardatela anche voi: in alto campeggia la scritta “STEREO”, che fa il verso alla dicitura “MONO” stampigliata sul frontespizio dei dischi negli anni Sessanta, ed è dunque logico inferirne un omaggio alle sonorità di quel decennio. E poi i ritratti dei quattro musicisti, effigiati a mezzobusto all’interno di circonferenze, in guisa di icone bizantine: il leader Nicke Andersson e il chitarrista Tobias Egge, collocati nella riga superiore, sfoggiano ognuno una spilla al bavero della giacca, rispettivamente di Blue Öyster Cult e Big Star, a loro volta icone anni Settanta di certo hard rock evoluto e del power pop. Sessanta e Settanta, hard rock e power pop: sarebbe servito altro, onestamente?

Solo che individuare immediatamente le coordinate sonore non è tutto. Perché dopo bisogna capire com’è il risultato, se le influenze sono state usate saggiamente. Ecco, su questo versante (che è poi quello decisivo) ho qualche appunto: per la prima volta dopo cinque anni di carriera e quattro LP di materiale originale, dal punto di vista qualitativo gli Imperial State Electric non progrediscono ma consolidano. Si appoggiano laddove è ovvio trovarli, ma senza guizzi nella scrittura che li facciano apparire una volta di più per ciò che sono, e cioè la migliore rock band degli anni Dieci. Nella vena autoriale di Andersson comincia a farsi strada con insistenza un manierismo che rischia di diventare eccessivo, e infatti “Honk Machine”, contrariamente ai suoi predecessori, è afflitto da una certa quota di materiale interlocutorio, come la moscia e malinconica Colder Down Here o il pop fragoroso di Just Let Me Know, ad un passo dai Raspberries, cantato da Egge. Ma questa constatazione non deve distogliere dall’ascolto, perché il disco resta di livello medio-alto, con picchi di assoluta brillantezza laddove il songwriting, spesso forte del sodalizio tra la Stella Polare Andersson e la Croce del Sud Dolf de Borst, si volge ad esplorare le terre dei Sixties: la sfolgorante melodia jingle-jangle del singolo All Over My Head (indubbiamente il brano migliore), l’anfetaminica crociera sul Mersey di Maybe You’re Right e il lento soul Walk On By, con tanto di coriste e organo Hammond. Tra questi due poli qualitativi, una variegata commistione di soluzioni intermedie: il rock ‘n’ roll vitale di Guard Down e Let Me Throw My Life Away, il power pop biblico di Another Armageddon (notevole, tuttavia, l’interplay tra le chitarre alla fine dell’assolo, che cita That Smell dei Lynyrd Skynyrd), l’hard sferragliante di Lost In Losing You, che rimanda proprio ai BÖC, e del brano conclusivo, prodigo di chitarre soliste.

Insomma, aria di cambiamento, che persino i suoni particolarmente pastosi sembrano sottolineare: non più abbondanza di Detroit e New York, ma una spinta contemporanea in direzioni, quella del pop inglese anni Sessanta e quella dell’hard americano primi anni Settanta, se non opposte, quantomeno di non immediato accostamento. Ebbene, “Honk Machine” dice che l’accostamento funziona ma necessita di rifiniture. Le attendiamo fiduciosi, consapevoli fin dai tempi degli Hellacopters che non basta una nuvola a fare un temporale. D’altronde, è Nicke stesso a farcelo notare: dapprima il dubbio “Is that a dark cloud over my head?” (All Over My Head), quindi la risposta “Every cloud has a silver lining” (Another Armageddon). E dal vivo sarà senza dubbio un altro Armageddon, fatto apposta per rodare la “macchina del casino”. Attendiamo fiduciosi, per l’appunto.

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