Non fa più fermate, neanche per pisciare: Cinderella – Heartbreak Station

  
Posseggo questo disco. Ne ho una copia in CD di importazione americana, di quelle con l’adesivo di plastica bianca a cavallo della sommità della custodia, che, una volta rotto il cellofan, devi ingegnarti per togliere senza lasciare un’antiestetica quanto irremovibile scia di colla sul lato anteriore della jewel case. Ne vado orgoglioso, anche se ormai lo ascolto poco. Apparentemente non c’è nulla di cui andare orgogliosi, specialmente in un’epoca in cui bastano pochi clic per impadronirsi di interi corpi d’opera, ma un motivo in questo caso c’è, anche se non riguarda il disco in sé ma l’oggetto-disco.

“Heartbreak Station” è un regalo. Ma non un regalo vero e proprio; più una gentilezza su commissione. Del tipo “Ah, ma vai in America? Non è che potresti portarmi un disco e poi ti do i soldi?“, che poi magari i soldi non riuscivi neanche a darli, perché a volte il commissionario rifiutava insistentemente e a te non restava che ringraziare, non senza un filo di imbarazzo. Una gentilezza di quelle che si usavano fino a qualche tempo fa e a volte si usano ancora tra amici (e la preservazione dell’amicizia è motivo di per sé sufficiente ad auspicare l’abbandono del TTIP). Ma in questo caso la gentilezza proveniva da un rapporto meta-amicale, e infatti la commissione “Dall’America per piacere portami “Heartbreak Station”” si è col senno di poi rivelata tristemente profetica, il titolo dell’album un amaro scherzo di un destino beffardo.

Terza uscita discografica per i Cinderella, “Heartbreak Station” vedeva la luce nel 1990 e segnava la piena affermazione di identità da parte del quartetto di Philadelphia: via cerone e permanenti, dentro camicie di jeans e stivali da cowboy; abbasso le chitarre fluorescenti e i cori riverberati, largo alle acustiche ed alla produzione polverosa. In due parole: basta con gli Ottanta, ora sono i Novanta. Guardate la copertina, d’altronde: baracche di legno, una Gibson Firebird, un dobro, scenari notturni. Bello scarto rispetto alla foto abbagliante sul frontespizio del debutto “Night Songs”, uscito nel 1986 e parto di un gruppo col senno di poi irriconoscibile, nonostante l’intermedio “Long Cold Winter”, classe ’88, fornisse avvisaglie sonore dei futuri sviluppi. E certo, per quanto lungo e freddo, era un inverno del malcontento quello che nella seconda metà degli Ottanta portava i primi due LP dei nostri nelle zone alte delle classifiche di vendita e Cenerentola all’esclusivo e sardanapalesco ballo che ivi si tiene. Lo scoccare di mezzanotte, però, era dietro l’angolo, e Cenerentola se ne sarebbe accorta eccome.

L’inizio dei Novanta era il momento giusto per un cambiamento sonoro così netto, visto che proprio allora l’hard rock radiofonico riscopriva le sue radici blues e cercava di lasciarsi alle spalle le pastoie glam per correre nuovamente libero e selvaggio, o quantomeno provarci. Era la cosa giusta da fare, a quel tempo. Ebbene, “Heartbreak Station” fu la cosa giusta da fare, il definitivo cambio di muta per potersi muovere a proprio agio. Fu la cosa giusta da fare, ma apparve tale col senno di poi: sul momento il pubblico non colse e frustrò le aspettative della banda di Tom Keifer, che raccolse dati di vendita dimezzati rispetto al passato (“solo” un milione di copie, a fronte dei due di ciascuno degli LP precedenti) e poté solo guardare dal basso la Top 20 di Billboard. I tempi stavano cambiando, è vero, ma si era pur sempre nel clima socio-economico del tardo reaganismo (del quale Bush padre fu sostanzialmente un curatore fallimentare) ed era difficile che una delle formazioni più vistose e celebrate dell’era glam metal potesse indossare i panni dei rocker tutti d’un pezzo e down to earth, in diretta dall’era di Nixon o Carter, senza apparire opportunista o patetica agli occhi del pubblico. E da questo fallimento commerciale in poi fu un rapido slittamento nell’abisso, causato dal cambiamento repentino nei gusti del pubblico e nelle priorità delle case discografiche e dall’infortunio alla laringe che costrinse il leader Tom Keifer, e quindi il gruppo, allo stop forzato per anni, fino, cioè, a quel 1994, annus horribilis per hard rock classico e dintorni, in cui il pur pregevole ed a tutt’oggi ultimo “Still Climbing” certificò definitivamente che la scarpetta di cristallo del successo non calzava ai Cinderella.

Sfortuna, senza dubbio. Ma anche un certo senso di malinconia e rassegnazione che serpeggia all’interno del terzo album, inconsciamente orientandolo verso l’esito “o la spacca” nel proverbiale dilemma. Come se nella scrittura del quartetto si fosse insinuata una sorta di disincantata saggezza, maturata in anni di dura gavetta a tutti i livelli del chiassoso circo elettrico del rock, pervadendo solchi che, quasi per contrappasso, non dimostrano alcuna fiacchezza ed anzi traboccano di intensità. Però il contrasto c’è e si sente. Provate ad ascoltare l’opener The More Things Change, per esempio: riff di slide che neanche Allen Collins, un due quarti di batteria compatto ma frizzante, fiati che randellano e cori orgiastici; e però quel testo così crudo, quel ritornello che è una smorfia stridula sulla durezza della realtà: “Più le cose cambiano/più restano le stesse/Chiunque è tuo fratello/finché non ti giri dall’altra parte/Più le cose cambiano/più restano le stesse/Tutto ciò che ci serve è un miracolo/che venga a portarci tutti via dal dolore“. Non c’è speranza, insomma; anche se la musica sembra suggerire il contrario. Per non dire della storia di amore finito senza condizionale della seguente Love’s Got Me Doin’ Time, che mescola il rock duro ad un funk intenso e pungente, animato dal wah wah chitarristico. O del singolo Shelter Me, una delle rievocazioni migliori in assoluto del suono dei Rolling Stones di inizio Settanta, una Sweet Virginia per l’era del politically correct e del crack che racconta disincantata di come a tutti serva un nascondiglio nella vita, qualcosa a cui appoggiarsi per attraversarla col minor danno possibile, per cui quelli che puntano un dito accusatorio verso quanto a loro sgradito farebbero meglio a vivere e lasciar vivere, perché, sottolinea Keifer, “per guardare in un armadio ci vuole più di una chiave” e una volta che l’hai aperto chissà cosa puoi trovarci dentro. E ancora One For Rock ‘n Roll, country che a tratti trascolora nel southern per manifestare l’orgoglio di aver vissuto gli anni Sessanta, quando “people made the music and the music made them free“, età dell’oro da contrapporre alle miserie del presente (gli anni Ottanta conclusi di un soffio), e Dead Man’s Road, Delta blues vitaminizzato e di atmosfera western per un’asciutta narrazione di come la vita valga quanto un granello di sabbia e il vento del deserto possa spazzarla via con altrettanta facilità, per cui è meglio non giocarsela con leggerezza. È la vita che alza polvere, e la musica non fa che seguirne la scia, lordandosi della stessa polvere. 

“Heartbreak Station” fece poche fermate, e nessuna in luoghi ameni. Eppure era progettato per viaggiare spedito sui binari. Peccato, peccato davvero. Però va così nella vita: talvolta scendi alla stazione sbagliata, talvolta sei alla stazione giusta ma perdi l’unico treno. E in quest’ultimo caso, come saggiamente suggerisce la title-track (ballatona di prammatica in quei giorni, qui spennata di ogni afflato power, infarinata nel country e moderatamente speziata di grandeur orchestrale), pensi che ricomincerai da un nuovo inizio. Pensi. Ecco, accetta un consiglio, caro lettore: pensalo, e poi fallo anche. E un CD in edizione americana compratelo online.

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