Blut und Boden tra la Notte dei fuochi e il Festival delle Rose.

Forse a causa della sua lunga storia, l’Italia è un Paese privo di memoria. Ad onta dello sforzo di alcuni, nella coscienza collettiva degli abitatori di questa strana penisola gli eventi (e, soprattutto, il loro significato) tendono a trascolorare in un indistinto passato, ad essere catalogati ed inseriti nel già ingombro scatolone degli avvenimenti per poi venire quasi immediatamente dimenticati.

Delle ampie dimenticanze italiane, una delle più intense riguarda il terrorismo altoatesino, ossia quel movimento, raggruppato nell’organizzazione BAS, che, tra la seconda metà degli anni Cinquanta e la fine degli anni Sessanta (ma con propaggini fino alla fine degli anni Ottanta, imputabili a sigle diverse), vide una frangia della popolazione germanofona compiere numerosi attentati ad obiettivi identificabili con lo Stato italiano (bombe in caserme e sui treni, omicidi e ferimenti di uomini in divisa, distruzione di infrastrutture, danneggiamento o demolizione di monumenti ed edifici di epoca fascista) nel territorio della provincia di Bolzano, al fine di ottenere la separazione di tale territorio dall’Italia e la sua annessione all’Austria. Movimento al quale fece seguito la reazione dello Stato, con invio di truppe militari, emanazione di provvedimenti di emergenza (quelli del Presidente del Consiglio Scelba nel 1961) e condanne penali (spesso inefficaci perché emesse in contumacia nei confronti di soggetti rifugiatisi in Austria o in Germania). E però in questo caso l’Italia seppe fronteggiare in maniera efficiente ed efficace la situazione, perché l’offensiva terroristica si spense quasi completamente all’indomani dell’approvazione, tra il 1964 e il 1969 (e definitivamente nel 1972, con l’introduzione dello Statuto della Provincia Autonoma di Bolzano, poi attuato con D.P.R. 752/1976), del cosiddetto “Pacchetto per l’Alto Adige”, una serie di norme che sanciva l’ampia autonomia di cui tuttora gode, in maniera ormai anacronistica e non senza inquietanti contraddizioni (l’obbligo per i residenti di presentare una dichiarazione di appartenenza ad uno dei tre gruppi linguistici riconosciuti, per esempio), l’estrema propaggine settentrionale d’Italia.

Dicevamo che la questione è caduta nell’oblio; conseguenza, sembrerebbe, naturale, alla luce della sua sostanzialmente definitiva risoluzione per via legislativa. Ma la dimenticanza non è mai una soluzione, perché dall’osservazione del passato nasce la comprensione del presente e l’indirizzo, o quantomeno una ragionevole predizione, del futuro. E dunque cerchiamo di ricordare anche questa pagina sgradita ma ormai voltata della storia patria. Alla guisa di questa sede, però: con le canzoni.

Al tempo, la questione altoatesina ebbe ampio risalto sulla stampa nazionale (salvo, poi, finire presto nel dimenticatoio a causa dell’entrante stagione del Sessantotto e della strategia della tensione), e la sua gravità fu tale da riverberarsi persino sull’intrattenimento, in primis quello musicale. Ne fecero le spese i Pooh, allora uno degli astri nascenti del bitt: accasatisi all’inizio del 1966 presso l’etichetta discografica Vedette, nei primi giorni di ottobre di quello stesso anno pubblicarono, già forti del successo dei primi due 45 giri, il terzo singolo, “Brennero 66/Per Quelli Come Noi”. Nel quale brilla il brano posto sul lato A, un’agra ballata dall’intensità emotiva quasi disturbante, epitaffio ad un milite ignoto caduto “per niente lassù“. Intuendone il potenziale, il gruppo propose la canzone, allora nuovissima, per il Festival delle Rose (antesignano di un ben più noto festival della canzone nazional-popolare), che si sarebbe tenuto di lì a poco (dal 12 al 14 ottobre) a Roma, incontrando, però, la scure della censura da parte della radiotelevisione pubblica per quel testo di bruciante attualità, ritenuto nient’affatto in linea con l’intrattenimento all’acqua di rose, giustappunto, della kermesse (la stessa sorte toccò, d’altronde, a C’era Un Ragazzo Che Come Me Amava Beatles E Rolling Stones di Mauro Lusini, parimenti in gara). Costringendo Valerio Negrini, al tempo batterista, compositore ed occasionale cantante del gruppo, ad una frettolosa riscrittura in senso anestetico delle liriche e persino del titolo, trasformato dal troppo esplicito Brennero 66 nell’insignificante Le Campane Del Silenzio; operazione che, prevedibilmente, uccise la forza del brano (non per nulla classificatosi ultimo) e ne minò il potenziale commerciale, nonostante la successiva inclusione nel long playing di debutto, “Per Quelli Come Noi”, uscito il giorno dopo la conclusione del Festival e di fatto antologia dei tre singoli precedenti più qualche cover tradotta, secondo l’uso del tempo.

Al giorno d’oggi Brennero 66 è un brano come un altro, finito anche in un paio di antologie dei Pooh, mentre l’Alto Adige è ora (e, si può azzardare, da allora) meta vacanziera affollata, dall’accoglienza impeccabile e dalla gestione oculatissima. Con buona pace della questione separatista, della quale non si è mai più parlato pubblicamente in alcun modo, complice anche un’insolita penuria storiografica. Si è preferito l’oblio. “Tanto ma tanto silenzio lì intorno“, cantava Roby Facchinetti. E mai ha cantato meglio.

Ma ci sta: in Italia, in tutta Italia, ci piace così.

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