E per lo ‘nferno tuo nome si spande: Last Drive – Underworld Shakedown

Last Drive - Underworld Shakedown

Di questi tempi si fa un gran parlare della Grecia, e non certo per i suoi meriti culturali o le sue bellezze inestimabili. Accodiamoci, dunque, allo stanco rito di mantenere alta l’attenzione sul Paese ellenico, culla della civiltà europea, ma riferendo di un aspetto particolare che lo riguarda, senz’altro marginalizzato ma non per questo irrilevante: il suo rock, o almeno parte di esso.

E’ cosa nota che l’Ellade ha una delle più alte densità al mondo di gruppi metal per abitante, e infatti da lì sono emerse autentiche eccellenze come Rotting Christ o Septic Flesh. Ma negli altri settori del rock, inteso in senso lato, l’estremità meridionale dei Balcani non ha espresso nomi di rilievo a livello internazionale, nonostante la solita, debita, isolata eccezione (gli Aphrodite’s Child, essenzialmente). Ma quella penisola non è rimasta insensibile alle vibrazioni musicali provenienti da molte miglia incontro al vento di ponente, e infatti anche qui, come altrove, è germogliata una scena di complessini dediti al rock ‘n’ roll più essenziale ed istintivo, proposto ad un pubblico sparuto in localini infimi e raccolto, bene che andasse, in singoli a 45 giri stampati con tirature carbonare. Questo vale, in particolare, per il movimento della neo psichedelia e del garage revival degli anni Ottanta: i fermenti internazionali non hanno colto impreparata la terra di Dioniso e Apollo, e, contrariamente ad ogni aspettativa o facilona previsione, si è costituito un circuito di dimensioni e qualità apprezzabili, la cui sede in Atene appare in un certo senso scontata.

E dell’underground rock ellenico la punta di diamante (o meglio, la statua crisoelefantina) sono stati i Last Drive. Nati come un trio nel 1983 e presto diventati un quartetto con l’aggiunta di un secondo chitarrista, i Last Drive (così battezzatisi dal nome di un cocktail locale) hanno per anni animato il sottobosco ateniese con un rock crudo e ritmato, discendente in via diretta dai suoni americani e inglesi dei Sessanta, e dunque surf, beat e rhythm & blues selvatico, peraltro senza scordare il rockabilly e i primordi più distorti della psichedelia. Perseveranza encomiabile e fruttuosa, perché, dopo tre anni di gavetta e la naturale confluenza a 7″, i quattro riescono infine a debuttare a trentatré giri con “Underworld Shakedown”, opera che cattura subito le attenzioni dell’ubiquo ed esigente pubblico del garage revival, movimento che proprio allora vive il suo apice qualitativo (in Europa certamente; basti pensare che in quello stesso 1986 escono anche gli stupendi esordi di Sick Rose e Creeps), con la sola forza del suo contenuto, essendo al tempo la Hitch-Hyke Records, l’etichetta per i cui tipi il disco vede la luce, una minuscola indipendente ateniese con a stento un anno di vita e risorse risicate ed inadatte ad un’adeguata promozione internazionale. Eppure a “Underworld Shakedown” i riscontri non mancarono, e per scoprirne i motivi basta procedere all’ascolto.

Apre l’album uno strumentale surf-punk come Me ‘N My Wings, dalle parti dei Dead Kennedys, e si prosegue, attraverso la malinconia di Valley Of Death, come dei Rain Parade adombrati, e la concitazione garagistica di Poison, verso la versione calligrafica ma esaltante del classicissimo surf Misirilou. E poi, quando anche l’irsuto rhythm & blues di This Fire Inside è trascorso e tutto sembra scontato, ecco l’inattesa svolta: Blue Moon, scritta nel 1934 da Richard Rodgers e Lorenz Hart e già proposta da una lista di musicisti che include Billy Eckstine ed Eric Clapton, i Mavericks ed ovviamente Elvis, viene riletta in una versione sbalorditiva di oltre sette minuti, sorretta da chitarre sferraglianti che coniugano drive e jangle, pop e psichedelia, R.E.M. e Hüsker Dü, con un risultato non tanto distante, per coordinate sonore e qualità, dagli Screaming Trees, all’epoca debuttanti anch’essi. Ma dura poco, perché Sidewalk Stroll e The Shade Of Fever fanno irrompere nuovamente dagli altoparlanti il rock ‘n’ roll più osceno e malsano, i cui suoni scarni sono annegati nel riverbero e il cui beat vellica i più bradi istinti, come da lezione Cramps. E’, quindi, ancora una rilettura a stravolgere le carte del disco: stavolta si tratta di Every Night, cover delle meteore americane The Human Expression, pura foschia policroma di matrice psichedelica che si acconcia alla foggia doorsiana mercé un organo lugubre e una voce dimentica dell’usuale sguaiatezza per farsi improvvisamente ambasciatrice dell’altro lato della coscienza. Un gioiello, ma, a questo punto, l’ascoltatore è navigato e sa che con i Last Drive la ruvidezza rock ‘n’ roll è sempre dietro l’angolo, e infatti The Night Of The Phantom, prestata dagli oscuri Larry & The Blue Notes, non fa mistero della sua origine texana, lo Stato della Stella Solitaria essendo risaputamente la patria ultima del cosiddetto Sixties punk. A chiudere, infine, il caos di Repulsion, che effettivamente suscita in parte ciò che il titolo promette affidando i primi due minuti e mezzo a distorsioni pungenti e feedback chitarristici latenti, che sferzano senza ragione il brano impedendogli di trasformarsi subito in un valido stomp che congiunge, una volta di più, eccitazione rhythm & blues e cavernosità surf. E quando anche l’ultimo bending è sfumato, il display segna nuovamente 43:06: minutaggio sufficiente per delineare un progetto stilistico senza gravare inutilmente l’ascoltatore. Merito anche di una produzione asciutta ma perfettamente calibrata e dalla dinamica sufficientemente ricca per far emergere le molteplici sfumature ed influenze sonore; risultato poco meno che incredibile per un disco proveniente dal circuito indipendente e ancor più encomiabile se si considerano i precari mezzi della scena greca del periodo.

Aggiunge poco sul contenuto di “Underworld Shakedown” il fatto che i fermenti da esso suscitati consentirono ai suoi autori di girare l’Europa (Germania, Olanda, Francia e persino Italia) all’inizio del 1987, a fianco di grandi nomi come Fuzztones, Creeps e Stomachmouths, ottenendo persino l’interessamento dell’importante etichetta di settore Music Maniac Records e la produzione di Peter Zaremba dei Fleshtones per l’album successivo, “Heatwave”, uscito nel 1988 e già discosto dalle più tipiche influenze Sixties in favore di un approccio quasi psychobilly, mentre il successivo “Blood Nirvana” (1990) sposterà ancora l’asse, stavolta verso un rock più saturo e quasi hard, come degli ultimi Miracle Workers con una distinta vena Velvet Underground.

In una discografia di livello (i primi tre LP sono tutti validissimi; dei successivi ammetto di non avere contezza, ma il fatto che il gruppo sia ancora in attività sia concertistica sia discografica depone nel senso della sostanza più che dell’apparenza), il debutto dei Last Drive assume forse il maggior valore simbolico, ed infatti è l’unico album del gruppo che, sia per la qualità intrinseca della musica sia per il fanatismo e il proselitismo degli adepti del Sixties sound (al quale era essenzialmente rivolto), ha da subito assunto la qualifica di “disco di culto”. Qualifica che, però, è in uno riconoscimento e condanna: riconoscimento del potenziale tellurico dei solchi, ma condanna a dispiegarlo nel mondo sotterraneo. Poco male, perché l’inferno è un posto pieno di amici, e, soprattutto, è in grado di mettere paura ai vivi. E i Last Drive, come tutti i Greci, lo sanno bene.

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