You can’t stop rock ‘n’ roll: Huxton Creepers – 12 Days To Paris

Questa storia comincia di domenica. Una domenica d’estate. Non particolarmente significativa, ma diversa dalle altre per due fattori concomitanti: ci sono le elezioni e piove. Quindi si è tendenzialmente costretti a casa, o quantomeno nei paraggi. E a casa uno magari si perde a leggere ed ascoltare, e scopre cose nuove; magari nuova musica. Così accade che io, navigando su internet, scopra gli Huxton Creepers, australiani di Melbourne ed autori di un paio di LP tra il 1986 e il 1988, e decida di procurarmi almeno una delle loro opere. E così accade che, cercando su un noto sito di compravendita, mi accorga che una copia del loro debutto “12 Days To Paris” è in vendita a poca strada da me.

Contatto allora il venditore a mezzo e-mail, per capire se è possibile ottenere delle condizioni più favorevoli in ragione della prossimità geografica. Sorpresa, la risposta arriva poco dopo, e denota disponibilità. Vengono quindi scambiati un altro paio di messaggi e si conviene che la cessione avvenga oggi stesso, ché tanto è una domenica piovosa e pigra, apparentemente noiosa, ma di quelle che poi inevitabilmente, come cantano gli Hellacopters, “turn to Mondays too soon“. Fuori infuriano gli elementi, e lo scroscio intenso di pioggia come pure l’ululare del vento suggeriscono a chiunque abbia un minimo di senno di restare in casa. Ma non ti conviene abbassarti a discutere con un idiota, perché la gente potrebbe non capire la differenza, e così eccomi diretto verso la fermata dell’autobus. In apparenza è tutto facile: “Sali sul 12, scendi alla quinta e là mi trovi”. Solo che è domenica, e il 12 non c’è. A questo punto persino un idiota avrebbe desistito. Ma non io, e quindi via in direzione del garage, per raggiungere il convenuto locus amoenus con le proprie quattro ruote, orgoglio di Mirafiori e di Polonia. Che, però, oltre ad avere venti anni, presentano un difettuccio trascurabile, un neo di nessun conto, specialmente in una giornata del genere: il tergicristallo anteriore non c’è più. È stato rotto da ignoti chissà quando.

A questo punto ne va dell’incolumità individuale e pubblica. Ma anche della dignità personale, cazzo. E quindi parto in macchina, poco più che a passo d’uomo, osservando con meticolosa attenzione la strada attraverso le gocce spalmate sul vetro e persino asciugando in corsa il parabrezza con un fazzoletto di carta sporgendomi dal finestrino aperto, come una versione fighetta di Dean di “Sulla Strada”. Eppure il tragitto si svolge senza intoppi, nonostante rotaie tranviarie fattesi scivolosissime per i vetusti battistrada e pozze d’acqua piovana valicabili solo con l’innesto delle 4WD. Ma non è finita. Perché, complice l’immobilismo generalizzato della popolazione in una giornata simile, trovo da parcheggiare solo qualche centinaio di metri prima del luogo convenuto, e quindi mi tocca farmela a piedi, finendo dentro gli immancabili stagni formatisi sul marciapiede, nonostante ripetuti virtuosismi equilibristici esibiti sul muretto che separa le aiuole fradicie dalla pista ciclabile inondata.

Per grazia del god of thunder il viaggio finisce, trovo il venditore, scambio le mie sudate carte con il suo cilindro vinilico, opportunamente quanto insufficientemente protetto dalla furia degli elementi da un sacchetto di plastica verde, e riprendo a testa bassa e rapide falcate la via per l’automezzo, la camicia paisley grondante di pioggia e sudore quanto la chioma altrimenti vaporosa, con il saccente cic-ciac delle scarpe inzuppate ad irridere ogni passo.

Guadagnato il veicolo, mi produco in equilibrismi automobilistici speculari a quelli già descritti, approdando infine nell’autorimessa poco tempo dopo. Salvo e sano non più di quanto lo fossi in esordio. Tempo stimato per l’impresa, da quaranta minuti ad un’ora.

Chiederanno alcuni: “Sì, ma il disco com’è? Almeno ne valeva la pena?”. Il disco è una gemma nascosta e minore di rock australiano del tempo che fu, sempre godibile e a tratti capace di stupirti con il suo mélange di garage, rock ‘n’ roll lo-fi e jangle pop suonato con spirito e cipiglio. Ma non è questo il punto. Il punto è che non si può fermare il rock ‘n’ roll, perché quando si ferma il rock ‘n’ roll si ferma la vita. O magari viceversa, ma nel caso sarà per la prossima volta. Nel frattempo mi fermo down under, e per i six feet chissà.

P.S.: questa recensione è dedicata a Franco “Lys” Dimauro, che ha ispirato l’ascolto e l’acquisto.

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