Il Re è morto, viva il Re: B.B. King (1925-2015)

B.B. King In Concert - San Rafael, CA
E così è andato anche lui. Anche l’ultimo Re del blues ha abdicato. Ad età veneranda, senza dubbio, però nulla è più lo stesso quando finisce un regno, soprattutto con l’incombente spettro di un interregno anarchico e di durata potenzialmente illimitata.

Re lo è stato senza dubbio, Riley B. King, nel nome e nel portamento. Un blues regale, il suo, verace ma elegante, sempre intessuto di preziosi arrangiamenti orchestrali o ravvivato da scoppiettanti inserti degli ottoni, eppure mai dimentico della scala pentatonica minore con la quarta nota aumentata, vero e proprio ABC di quella musica quintessenzialmente afroamericana dalla quale è germogliato, che sia per aggiornamento, rilettura o rigetto, ogni idioma sonoro popular del Novecento. E infatti il Re del Blues ha regnato per quasi tutto il secolo sulle dodici battute, con autorevolezza e self-restraint, con saggezza e lungimiranza. Mai sopra le righe e sempre impugnando il fido scettro a sei corde, nero e di nome Lucille. E la vita lo ha ripagato di tutte queste qualità.

Detta così, sembra che la vita del nostro sia stata una passeggiata. Ma chiunque sa qualcosa di storia americana, e magari anche di blues, capisce subito che non è stato così. Nato nel 1925 a Indianola, Mississippi, Riley B. King perde in rapida successione madre e nonna, e all’età di nove anni vive già da solo in una baracca, raccogliendo cotone nei campi per sopravvivere e pagare i debiti ereditari. Quattro anni di fatica e solitudine, parlando coi conigli per non impazzire ed ascoltando lo “zio” Jack che canta l’holler, il tipico canto di lavoro dei contadini neri, andando nei campi a dorso di mulo. Da qui (ma soprattutto dalle sparute visite di Bukka White, cugino della madre e bluesman di gran vaglia) l’interesse per la musica e la fuga a Memphis, al tempo la più tollerante città del Sud, posta sul Grande Fiume (c’è bisogno di dire quale?) e viatico degli scambi col ricco Nord, in particolare Chicago. E nella città più popolosa del Tennessee Riley lavora come cantante e conduttore radiofonico, con conseguente nom de plume: prima Beale Street Blues Boy, quindi solo Blues Boy, ergo B.B. E sempre a Memphis, città del rhythm & blues, inizia, nel 1949, la carriera discografica del Re (curiosamente alle dipendenze di Sam Phillips, futuro fondatore della Sun Records e autore dell’incoronazione di un altro Re, quello del rock ‘n’ roll), che lo condurrà a soddisfazioni impensabili per un bluesman nero: oltre quindici Grammy, cinquanta LP (senza contare singoli e raccolte), concerti affollatissimi ai quattro angoli del globo, una laurea ad honorem dalla Yale University, tre diverse onorificenze dal governo americano e una lista di ulteriori riconoscimenti impossibile da rendere con pretese di completezza.

E così, dopo avere tenuto a battesimo, padrino non unico epperò distinto, un genere musicale (il rhythm & blues), dopo avere per decenni influenzato i musicisti più diversi (encomiabile, ed anzi una delle sue più preziose caratteristiche, l’onestà personale ed intellettuale di B.B. King, quest’ultima manifestata proprio nel riconoscere come l’influenza tra bluesman neri e bianchi, e soprattutto tra americani e inglesi, sia stata a doppio senso, tanto per lo stile musicale quanto per la reciproca esposizione al grande pubblico) con un fraseggio chitarristico istantaneamente riconoscibile, nella sua fluidità come nel tono rotondo ed emotivamente florido di ogni nota, e con una vocalità perfettamente impostata senza per questo perdere spontaneità e sensualità, e dopo avere allietato le più numerose e disparate platee sulla crosta terrestre, ieri B.B. King, da ormai un ventennio sofferente di diabete (patologia, del resto, che ha messo fine alla vita della madre e di una delle sue figlie; di ventuno che lui ce n’ha), è partito da Las Vegas per il Grande Viaggio.

Lo vidi dal vivo una volta sola, a Treviso, nell’estate 2006. Era già enorme, adagiato a centro palco su una sedia larga con la fida Lucille a tracolla, e già allora sembrava sull’orlo del precipizio. Eppure quell’ultraottantenne, ovviamente spalleggiato da una notevole backing band, si dimostrò più arzillo di quanto le apparenze suggerissero, in grado di passare disinvoltamente dall’intensa sensazione di lacerazione emotiva che promana da alcuni suoi classici slow blues (su tutti, ovviamente, The Thrill Is Gone) alla vitalità swingante dei pezzi più rhythm, senza per questo venire meno al dovere, particolarmente sentito dagli uomini di spettacolo americani, di intrattenere il pubblico tra un brano e l’altro, in questo caso producendosi in stralci di cabaret esilarante persino per un pubblico non aduso alla massima comprensione della lingua inglese. Ma la cosa che mi colpì maggiormente, al di là dell’ovvia qualità della proposta musicale e dell’elevatissima professionalità nel porgerla, fu la palpabile serenità dell’uomo e l’atteggiamento di semplicità ed umiltà che promanava da ogni suo atteggiamento, dal fraseggio chitarristico al motto di spirito fino ai ripetuti e sentiti ringraziamenti al pubblico accorso per tributare i giusti onori al Re (o forse per passare una serata diversa dal solito). E quel sorriso, smagliante e contagioso, una mezzaluna perlacea incastonata nel caffelatte del suo viso, non mi abbandonerà mai.

Il Re è morto, viva il Re. E vive: vivrà per sempre.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...