E quando guardi a lungo in un abisso, anche l’abisso ti guarda dentro: Montage Of Heck

 

Ho un rapporto difficile coi Nirvana. Edipico, più che altro: fu con loro che iniziai la lunga e interminabile discesa negli inferi del rock ‘n’ roll, e furono  loro il gruppo che mi cambiò la vita in termini di percezione dell’impatto di questo suono e della portata del messaggio che è in grado di veicolare. E però inizialmente li odiai. Li odiai perché i miei compagni di classe delle medie (in realtà due compagni e una compagna) non facevano che parlare di questo trio americano con un cantante strafigo (soprattutto la compagna) e tutto il resto, e, siccome sono bastian contrario di natura, e comunque avevo già sentito nominare quel gruppo qualche mese addietro, durante una vacanza sulla neve con ragazzi di un paio d’anni più grandi (anni che a quell’età pesano, specie se sei il più piccolo; e infatti ricordo ancora la vacanza come un incubo), mi fu facile liquidare il tutto come “cazzate” e tornare alla mia prima e prediletta cassettina, registratami da un amico e contenente un improbabile mistura di suoni molto diversi, dai Blur di Song 2 agli Iron Maiden di Aces High, passando per Deeper Underground dei Jamiroquai e persino Io No di Vasco Rossi. Era il 1997, d’altronde, e io avevo dodici anni; e che ne sa uno del rock ‘n’ roll, a dodici anni?

Poi, però, accadde qualcosa. Iniziai ad ascoltare, e non solo a criticare, quel gruppo tanto chiacchierato, e allora capii. Oddio, capii…diciamo che mi colpì. Ecco, sì, mi colpì subito. La forza espressiva di quel suono fatto di elementi essenziali – una voce martoriata, chitarre come unghie sulla lavagna e un batterista che pesta come se piatti e tamburi gli dovessero dei soldi (questa l’ho presa da Rolling Stone; ma ci arriviamo) – mi entrò dentro e marchiò indelebilmente la mia sensibilità, additandomi la via (che poi sarebbe “una delle vie”, ma lo scopri dopo; se lo scopri) e imprimendomi nel DNA quel bisogno di eccitazione ritmata e viscerale, quell’amplificatore emotivo che dal Ventesimo secolo chiamiamo rock ‘n’ roll. Eccitazione ma anche disperazione, perché nella musica dei Nirvana non c’era traccia dell’esuberanza erotica così tipica del rock, ma un senso di straniamento dalla realtà, che richiede l’omologazione e uccide la diversità, che è, a sua volta, una spinta alla creatività. Kurt Cobain cantava che era contento perché aveva trovato i suoi amici nella sua testa, sottintendendo che altrove non ce ne fossero. Era facile credergli, specialmente se hai dodici anni e tutto il mondo ti sembra incomprensibile, ostile ed ostico nel suo comprimerti tra spensieratezza fanciullesca e nuove esigenze adolescenziali. Io, che ero figlio unico e passavo molto tempo con i miei genitori e i loro amici, venendo, così, troppo presto a contatto con diverse ansie tipiche della vita adulta, la politica in testa, ci credetti.

Iniziai così una caccia compulsiva a qualsiasi materiale (fra cui diversi libri, uno dei quali contente proprio la raccolta di tutti gli articoli di Rolling Stone) che parlasse dei Nirvana e di quel loro leader tanto magnetico, finendo per racimolarne ed assimilarne parecchio nei successivi tre-quattro anni, fino a quando, cioè, le costanti e vorticose scoperte di altre sonorità ebbero il sopravvento su quella iniziale passione. Che, però, non si sopì mai fino in fondo e, soprattutto, aveva già lasciato i suoi strascichi in termini di approccio alla realtà circostante e di irrimediabile scollamento tra mondo esterno e aspirazioni interiori: l’inadeguatezza, il disgusto di sé, il sentirsi incompreso e alieno dal qui e ora (che poi era un minuto numero di coetanei in due o tre scuole superiori di una città piccola e urbanisticamente favorevole alla socializzazione), come pure dalle coordinate spazio-temporali che avevano originato quella disperazione così musicalmente feconda, divennero parte integrante del mio vocabolario emotivo. Tipico passaggio adolescenziale, d’accordo, e però amplificato da un’ipersensibilità scoperta tramite quel pugno di dischi dei tre di Seattle. Adoravo i Nirvana, e particolarmente Kurt Cobain, perché non solo mi avevano mostrato degli stati d’animo così pregni di significato, ma che quegli stessi stati emotivi potevano essere usati per produrre qualcosa di rilevante, di sublime, capace di elevare chi ne avesse fatto esperienza e lo avesse riconosciuto come proprio al di là del sillogismo ormonale della massa dei coetanei, omologati nelle esigenze e nella condotta. Il tutto senza dimenticare lo spirito punk rock, fatto di caustica dissacrazione e settarismo strutturato, di critica apodittica e nichilismo apatico. Insomma, per me quella camicia a quadrettoni bianchi e rossi e quei jeans stinti erano un manifesto ideologico; contraddittorio, perché la camicia era un regalo materno proveniente dal mercato e i jeans erano stati stinti dalla domestica, su mia precisa richiesta, immergendoli in candeggina (“mamma non stirarmi la giacca di pelle, sono un ribelle“; mi manchi, Roberto), ma pur sempre partecipato, perché, avevo e ho la presunzione di ritenere, compreso e, quindi, accettato con tutte le sue implicazioni, in primis l’estraniazione autoimposta dal mondo, a causa di quella passione totalizzante per il rock, per quel rock ‘n’ roll così semplice ma così vitale ed autentico, che nessuno poteva, o quantomeno sembrava poter, condividere. Kurt Cobain ce l’aveva fatta, perché non avrei potuto farcela io? Tanto più che mi sarei salvato, perché avevo il suo esempio, un sacrificio che non si era consumato invano.

È con l’animo agitato dalla commistione tra la rimembranza di questa “purezza ideologica” giovanile e il sospetto – dettato dalla maturità e dalla consapevolezza che dovrebbe portarsi dietro – che essa non sia servita ad altro che a plasmare una personalità in senso problematico e incline all’autosabotaggio sulla via della realizzazione personale, che mercoledì mi sono recato alla proiezione, in anteprima nazionale, di “Montage Of Heck”, documentario sulla vita di Kurt Cobain prodotto dalla sua unigenita Frances Bean e diretto dal capace Brett Morgen, nome prestigioso del settore. Angosce e aspettative mascherate bene alla mia accompagnatrice e solo in parte esplicitate nel tipico chiacchiericcio di commento post-visione. Nel mezzo, centoquarantacinque minuti di proiezione cinematografica sulla vita dell’uomo che forse maggiormente ha dato un imprinting alla mia.

Il documentario carino, con tecniche miste (immagini di repertorio, riprese amatoriali private della famiglia, nuove interviste a poche e selezionatissime persone strette a cobain, animazione, lyric video) e canzoni sia originali sia manipolazioni di demo. A tratti noiosetto e sorvola su alcune cose secondo me importanti. Ma valeva la pena vederlo.” Così recensivo a caldo, via sms, l’opera. Un giorno di riflessione non mi ha ancora permesso di capire se, in realtà, il me a freddo concorda con quel giudizio, e condanna quindi senza appello la mancata audizione di persone vicine al protagonista e importanti nella sua vita (Dave Grohl, ad esempio; ma anche Buzz Osborne, Chad Channing, Dan Peters) o di altri colleghi a lui variamente legati (Mark Lanegan, Curt e Chris Kirkwood, Michael Stipe; magari persino Axl Rose), qualche incongruenza narrativa (decisamente sfumato è il passaggio dagli inizi del gruppo alla pubblicazione di “Nevermind”) e qualche mancata doverosa riflessione di più ampio respiro (Kurt Cobain come “l’uomo che sbriciolò le barriere erette dai media statunitensi intorno al punk”, per dirla con Eddy Cilia, e la sua consapevolezza di questo ruolo e delle relative implicazioni e possibilità; consapevolezza che Cobain aveva eccome, dato il suo ripetuto spendersi in battage pubblicitario, in forma di interviste o concerti congiunti, a favore di alcune delle più ispirate realtà del rock indipendente americano, dai Meat Puppets alle Breeders, dai Flipper ai fIREHOSE), o se, invece, il documentario era bello, toccante (specialmente i filmati familiari che vedono i coniugi Cobain interagire, nel loro modo peculiare, tra loro e con la figlioletta neonata) e ben riuscito nell’intento di mostrare al pubblico che dietro ogni rockstar, persino quella più antitetica e recalcitrante alle convenzioni che lo status le impone (significativo che Cobain citi più volte i Guns ‘n’ Roses, al tempo il gruppo più famoso del mondo e a tutt’oggi gli ultimi eredi della tradizione di “sesso, droga e rock ‘n’ roll”, vera e propria antitesi musicale e comportamentale rispetto ai Nirvana), si cela un essere umano, magari dalla personalità ingente ed equivoca, con tutti i suoi limiti connaturati, e io sono il solito stronzo a cui non va mai bene niente. Questa seconda, probabilmente. Però c’è da dire che un conto è lo spettatore fan, che conosce a memoria anche più dei fondamentali della vicenda e si sente, perciò, legittimato a nutrire elevate aspettative per un’opera ampiamente postuma (sono venticinque giorni dal ventunesimo anniversario del decesso) e quindi debitamente ponderata, anche nella ricerca del materiale (e qualcosa mi dice che tale categoria di spettatori o ha schivato completamente la proiezione, subodorando una subdola operazione commerciale o, al più, un’irrilevante agiografia stile “Last Days”, o, vedendo il film, ha giudicato insufficiente il risultato), e un altro il quivis de populo attratto dal titolo altisonante e dal glamour che la vicenda biografica di una stella del rock promette, e tale spettatore senz’altro avrà trovato soddisfazione nell’indubbia carica emotiva (ma per nulla retorica) della pellicola e nella natura curiosa delle immagini presentate, senza stare troppo a domandarsi perché in apertura e in chiusura dell’opera viene posta Territorial Pissing progressivamente privata delle parti strumentali e ridotta al solo urlo angoscioso, né quale sia il senso ultimo del testo di Smells Like Teen Spirit, ma contento di poter raccontare all’aperitivo che ha visto il film su “Kart Cobèn”. Ecco, ferma questa dicotomia degli astanti in sala, se avete letto i primi tre paragrafi, sapete che tipo di parere è il mio e, dunque, quanto è attendibile per la vostra sensibilità. Here we are now, entertain us: d’altronde, Brett, te lo dovevi aspettare da qualcuno.

Ultima annotazione: stringe il cuore una mano gelida nel vedere un uomo così intelligente e dotato, ma per colpe non sue troppo fragile e bisognoso di amore, affidarsi ad una donna il cui unico intento, punto o poco celato,  sembra quello di entrare nella dorata prigione del jet set hollywoodiano, in quello stesso humus da cui sono germogliate le spore che hanno mortalmente avvelenato il più grande talento musicale degli anni Novanta, alfine riuscendoci ed abbracciandone i riti, innanzitutto i connotati resi deformi e mostruosi da chirurgia plastica e trattamenti estetici. Stringe, la mano, e la sua presa si fa ancor più ferrea e ghiacciata quando sovvengono memorie dei diffusi accrediti alla suddetta di influenza nell’emancipazione femminile in ambito rock. Sic transit Gloria (Steinem) mundi.

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