Aurea mediocritas: Tinted Windows – Tinted Windows


Si diceva, qualche tempo fa, che non basta il pedigree dei membri per fare un supergruppo anche dal punto di visto qualitativo. La teoria resta vera, ma, a volte, il fatto che i singoli membri di una formazione provengano da esperienze di grande fama aiuta a presagire il contenuto e la qualità del loro nuovo progetto comune. È proprio questo il caso dei Tinted Windows.

Chi ha almeno la mia età ricorda senza dubbio gli Hanson, trio di fratellini dal rassicurante aspetto all American che nella seconda metà degli anni Novanta sbancò le classifiche con insulse canzonette pop, dirette essenzialmente ad un pubblico adolescente e in larga parte femminile. Taylor Hanson era il fratello di mezzo, quello dal timbro flautato, ma era anche amico di Adam Schlesinger, bassista del quartetto pop-rock Fountains Of Wayne e gestore della piccola etichetta Scratchie Records, di cui era comproprietario assieme ad un altro amico molto famoso: James Iha, chitarrista degli Smashing Pumpkins. E da questo triangolo la vicenda entra nel vivo.

Tra Hanson e Schlesinger c’era sempre stata affinità musicale, sfociata in una promessa di collaborare in un futuro, lontano e indistinto. Apparentemente una di quelle promesse che si fanno così, tanto per. Ed invece, nel 2008, i due amici, liberi da altri impegni, decidono che è finalmente arrivato il tempo di onorare quella promessa e si mettono all’opera, provando e scrivendo brani. Iha, che intanto si è trovato privo di un’occupazione a tempo pieno, a causa dello scioglimento dei Pumpkins (un paio di album solisti un piacevole ma transitorio passatempo), sente le demo su cui stanno lavorando i due colleghi e, apprezzando la direzione prescelta, si offre di collaborare in pianta stabile, accolto da adesioni entusiastiche. A questo punto manca solo un batterista, e la faccenda si fa spinosa: infatti, i tre convengono che per fornire al progetto la giusta direzione ritmica occorre un uomo capace di ricreare il suono di Bun E. Carlos, inobliabile timekeeper dall’aspetto improbabile e membro storico dei Cheap Trick. Ma i tentativi di audizione non danno gli esiti sperati, e allora Iha impone un cambio di passo, contattando direttamente Carlos in persona, che, curiosamente, accetta. Sono nati i Tinted Windows, quattro persone con un’esperienza di qualche decina di milioni di copie vendute.

Il gruppo si presenta dal vivo in un piccolo club di Tulsa, Oklahoma (città natale di Hanson), attirando un folto pubblico col solo richiamo delle reputazioni dei singoli coinvolti. Il responso è tale da indurre i nostri a portare l’affinità musicale che li unisce al livello ulteriore, e infatti, dopo una riuscita esibizione all’edizione 2009 del famoso festival texano South By Southwest, si accordano con la S Curved (già casa dei Fountains Of Wayne ed etichetta di nomi come Duran Duran, Joss Stone e Roots) e pubblicano, il 21 aprile dello stesso anno, il debutto omonimo.

Di “Tinted Windows” c’è poco da dire: è un disco di pop rock dal tiro muscolare, che invigorisce le melodie vocali (bella la voce di Hanson, con gli anni fattasi più matura e divenuta una sorta di incrocio tra i timbri di Bono e di John Waite) con una costante profusione di ben assestato fragore chitarristico, che rimanda a modelli consolidati e la cui influenza permea nel profondo i compositori (degli undici brani, due sono firmati da Iha, uno da Hanson e i restanti otto da Schlesinger, che è, però, coautore con Hanson di Take Me Back). Non a caso Kind Of A Girl sembra un aggiornamento dei Ramones (e chissà se i nostri hanno consapevolezza che quel coretto così melodicamente insidioso si ritrova uguale identico in The Age Of Pamparius dei depravati Turbonegro…), Messing With My Head ha il beat e il drive dei migliori Knack, Cha Cha frulla Stones, Big Star e Cheap Trick, Doncha Wanna è ancora scanzonato rock ‘n’ roll e Dead Serious salda un ritornello vincente (è malizia ipotizzare un “prestito” dalla leppardiana Hysteria?) su un telaio pop di prim’ordine.

Insomma, un’opera godibile, realizzata da chi certe sonorità le mastica da una vita intera, quando non ha contribuito a forgiarle, come è il caso di Bun E. Carlos. Ovviamente di rapida fruizione e, in ultima analisi, riuscita a metà nei suoi intenti mercantili (il disco debuttò al n. 59 della Top 200 americana, per poi precipitare quasi subito) e altrettanto in quelli artistici, perché nell’orecchio i brani faticano ad insediarsi stabilmente (come, invece, dovrebbe fare il miglior power pop) e tutta l’operazione si risolve in una competente e appassionata espettorazione di influenze e mestiere. Circa trentacinque minuti di intrattenimento e poi tutti a casa col sorriso. Una sveltina, sostanzialmente: lì per lì te la godi, ma a cose fatte non ti resta nulla o quasi; se non, magari, la voglia di rifarla, e pure con qualcun altro.

Nessuno vedrà la luce per avere ascoltato l’unico disco dei Tinted Windows. La luce no, senza dubbio. Ma più luce sì. E di questi tempi un po’ di luce non è sgradita, specialmente se è così pura da riuscire a filtrare attraverso vetri colorati.

6 thoughts on “Aurea mediocritas: Tinted Windows – Tinted Windows

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