E piove in petto una dolcezza inquieta: Out Of Time – Stories We Can Tell & More

 One More Chance reclama il riconoscimento della sua filiazione da “Sweetheart Of The Rodeo”. Brian’s Black Night omaggia il più talentuoso e sfortunato Rolling Stone con un’armonica pacata e un cantato tenerissimo. Take My Time esce a reti inviolate dal confronto con i R.E.M. più veraci, quelli di “Murmur” e “Reckoning”. I Can Ride dondola scampanellante come dei Byrds da honky tonk. Solo per citarne alcune.

L’Italia è periferia dell’Impero, però il Ricky ‘n’ roll le è sempre venuto bene. Chissà perché. Dopotutto non era musica di origine provinciale: a parte l’isolato caso dei R.E.M. e della sparuta pattuglia georgiana, la maggior parte dei profeti del jingle jangle e del country-rock proveniva dalla solatia e glamourous L.A., che non solo aveva dato i natali al gruppo di David Crosby e Roger McGuinn e ai Flying Burrito Brothers, ma anche ai principali epigoni in ritardo di decenni (i Dream Syndicate, i Long Ryders e tutta la scena Paisley Underground). Persino in Europa (Smiths) e in Australia (Go Betweens) la versione rediviva di questo sound era una faccenda urbana. Perché, dunque, da noi no?

Bra, provincia di Cuneo. Trentamila anime all’estremo Occidente d’Italia. Inizio degli anni Ottanta. Qui, in questo spazio e tempo, cinque giovani uomini decidono di incrociare i loro interessi musicali già parzialmente sovrapposti e di vincere la monotonia della provincia suonando e componendo sulla falsariga dei prediletti modelli dei Sixties (Byrds innanzitutto, ma anche Flying Burrito Brothers, Buffalo Springfield, CSN&Y e, in generale, il meglio della scena West Coast), confortati dal ritorno che quelle sonorità stanno all’epoca conoscendo a livello mondiale, sia pure nell’underground. E, un po’ come nel Nord-Ovest americano dello stesso periodo (mutatis mutandis, ovviamente), accade che l’essere distanti dal centro dalle tendenze del momento permette ai musicisti la massima libertà creativa, partorendo una delle più convincenti prove di ispirazione folk-rock nell’ambito del Sixties revival europeo (l’Italia, del resto, produsse autentiche eccellenze di quella stagione). E fu così che uno studente, due artigiani e due impiegati, accomunati dalla passione per certo rock classico (al punto da battezzarsi come uno dei brani migliori di “Aftermath”; curiosamente non a firma di Brian Jones, bensì della premiata ditta Jagger-Richards) e stanziati in un’anonima cittadina piemontese, divennero gli autori di uno dei più memorabili e dimenticati dischi del rock italiano negli anni Ottanta.

Suonato e cantato benissimo, prodotto per stare al passo con le migliori uscite internazionali (c’entra l’intervento di Ricky Mantoan, collaboratore di Flying Burrito Brothers e Roger McGuinn, e Skip Battin, che coproduce e suona la pedal steel su One More Chance), “Stories We Could Tell” venne pubblicato nel 1985 per la minuscola etichetta Mail Records, progenie discografica ad hoc di un omonimo negozio di dischi di Cairo Montenotte (altrettanto piccolo agglomerato dell’entroterra savonese), e, pur ottenendo ottime recensioni sulla stampa nazionale, che permisero al gruppo di suonare in giro per la Penisola e financo di supporto ai Long Ryders, scivolò in un grazioso oblio analogico (paradossalmente bene addicentesi alle sue atmosfere, che su “Rockerilla” Claudio Sorge definì un “universo sonoro dipinto sovente con i colori tenui della malinconia e del rimpianto“), dal quale non riemerse più per trent’anni, complice anche l’addio del chitarrista Giancarlo Trabucco poco tempo dopo l’uscita del disco.

Lo scorso gennaio, però, l’attiva etichetta pisana Area Pirata ha sollevato la pesante cappa del tempo da questo gioiello, conferendogli dignità digitale. La ristampa assembla gli otto brani dell’LP originale e altri dieci pezzi di varia provenienza: dalla festosa e un po’ acerba Have You Seen The Light Tonight (originariamente consegnata alla storica antologia “Eighties Colours”, che nel 1985 diede l’avvio alla stagione neopsichedelica italiana) a una convincente cover del classico dei Love A House Is Not A Motel, più quattro notevoli inediti (l’allegro non troppo di Time, la psichedelica Walking In A Spanish Land, la remiana Untitled e una Untitled #2 pienamente nel solco del Paisley Underground) incisi per una seconda uscita discografica mai concretizzatasi e tre non sgradevoli ma sostanzialmente inutili versioni live di brani già editi, a conferma della solidità degli Out Of Time anche sulle assi del palco.

Un unico appunto si può fare a questa ristampa. Che, pur avendo dotato il disco di una copertina attraente e capace di suggerire le due anime Sixties, quella roots e quella psych, della musica che vi è contenuta, ha lasciato in disparte l’evocativa illustrazione dell’edizione originaria di “Stories We Can Tell”, che ancor meglio riassumeva il piccolo mondo antico evocato da questi solchi, fatto di punti fermi e solide certezze: fiammiferi tascabili e Lucky Strike ormai finite nel posacenere, spartiti ancora da completare e testi abbozzati, sognando l’America di “Easy Rider” e dei grandi trucks con l’ausilio di una sei corde Rickenbacker, ma sempre con un occhio all’Inghilterra del beat, incarnata da un santino di Brian Jones. Perché non solo la musica, anche gli oggetti possono raccontare storie; storie meravigliose e fuori dal tempo. I dischi, per esempio. Questo disco, per esempio.

“Out Of Time” mi piace, ma ve lo lascio. Voi, però, lasciatemi gli Out Of Time.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...