Fervida Albione: Cowbell.

Chi l’ha detto che l’amicizia tra uomo e donna non può funzionare?  Nel rock ‘n’ roll in particolare, questa è una menzogna bella e buona.

Prendi i Cowbell, per esempio. Jack Sandham è un cantante, chitarrista e tastierista londinese, che ha un passato come membro dei Great Bear e poi da solista. Wednesday Lyle è una sua vecchia amica, che è in possesso di una voce mica male e che, un bel giorno, decide di mettersi a suonare la batteria. Quando Jack lo scopre, i due provano insieme, per divertirsi, e scoprono che l’affiatamento musicale è totale. E allora si gettano a capofitto nella scrittura di brani, esordendo dal vivo un mese dopo le prime prove. È il 2009 e, tempo un paio d’anni, i due hanno all’attivo tre singoli, un tour europeo e le lodi della stampa e della BBC. Ma i Cowbell – questo il nom de guerre prescelto dal duo – non fanno le cose con avventatezza, e infatti il debutto sulla lunga distanza arriva solo nel 2012, per la storica indipendente britannica Damaged Goods Records.

“Beat Stampede” è rock n roll fin da subito, fin dal titolo che richiama l’impulso primordiale all’esuberanza fisica connaturato a questo genere musicale, e fin dalla copertina, sorta di riedizione stilosa del debutto dei Kiss, che sottolinea la discontinuità nella continuità gettando lo sguardo ancora più indietro, ai decenni fondativi del rock ‘n’ roll e del suo fratello maggiore, il rhythm and blues. Rock ‘n’ roll, dunque, ma inteso in senso ampio: Scratch My Back shakera surf, garage e White Stripes e Mississippi ha il beat della giungla come il migliore Bo Diddley, Bills è braggadocio che potrebbe tranquillamente essere uscito dalla penna del primo Ray Charles e le atmosfere di Castle Walls tengono insieme brughiere scozzesi e deserti californiani, Fairport Convention e Little Feat. Il tutto con quella sensibilità duplice, per il rhythm and blues e per le melodie pop, tipica dei complessi britannici. Aggiungiamoci una produzione verace ma definita, ideale per esaltare i suoni senza tempo dei Cowbell (la registrazione è stata fatta in analogico), e il giudizio su “Beat Stampede” lo colloca necessariamente al vertice delle produzioni contemporanee in ambito cosiddetto “retro rock”.

Passano due anni, spesi a suonare in giro per il mondo e che vedono la pubblicazione di due singoli (Tallulah, a cui fa da retro una competente versione di Cry Baby di Janis Joplin, e Hanging By A Thread, accompagnata dal doo wop chitarristico dell’inedita Every Dog Has Its Day), e nel 2014 ecco apparire il sequel discografico di “Beat Stampede”, con un prolificità discografica (almeno per gli standard odierni) che segnala la perdurante ispirazione dei Cowbell.

“Skeleton Soul” soffre della tipica sindrome del secondo album, perché cerca di mantenere le promesse del primo lavoro, e la fan base con esso faticosamente conquistata, pur sforzandosi di allargare la già sufficientemente policroma tavolozza. Troviamo così l’amato garage-beat (Oh Yolande, Change Her Ways e una Baby It’s Your Love che sembra John Lee Hooker nelle mani depravate degli Shadows Of Knight) a fianco di un northern soul elegante (She’s All Over You e Heart On The Line), di un rockabilly spumeggiante (Shake The Blues discende in linea retta da Brian Setzer, mentre in The Fear un organo elettrico liscia il pelo agli Stray Cats più mercuriali) e della psichedelia malinconica della toccante ballata semiacustica Darkness In Your Heart, quintessenzialmente britannica e insolita persino nella durata (oltre cinque minuti, laddove solitamente non si superano i tre). L’operazione è senz’altro riuscita in termini di godibilità del risultato e di credibilità dell’evoluzione, anche se l’album, senz’altro di valore (al punto che mi dolgo di non averlo segnalato prima, ma io stesso l’ho scoperto a 2014 ormai trascorso), resta di un nonnulla al di sotto del suo predecessore, seppur meritando ripetuti ascolti e facendo ben sperare per il prosieguo dell’avventura Cowbell.

Attualmente il gruppo è in tournée in Italia: il 12 marzo al Porteghet di Trento, il 13 al Lio di Brescia, il 14 al Jack The Ripper di Roncà (VR) e il 15 al Circolo ARCI Virgilio di Mantova. Ci si vede lì; non dimenticate i tappi per le orecchie.

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