Deo vindice: Blackberry Smoke – Holding All The Roses

blackberry smoke - holding all the roses

Il southern rock è il linguaggio rock più geograficamente radicato che esista: lo suonano principalmente gli americani, e segnatamente quelli provenienti dagli Stati sudorientali degli U.S.A. (e nemmeno da tutti, perché la Florida è South solo al nord, sull’ipotetica linea che congiunge Jacksonville a Talahassee, e il Texas è neither southern nor western, mentre vanno senz’altro inclusi nel Sud musicale Stati quasi midwestern come Kansas, Missouri e Arkansas). Di questi, la Georgia è regina indiscussa del suono stars and bars: patria di Allman Brothers Band, Atlanta Rhythm Section, Wet Willie, Georgia Satellites, Black Crowes, Widespread Panic e Drive By Truckers, il Peach State è il custode ultimo della tradizione del rock più ruspante ed autarchico mai prodotto, proiezione del blues nell’era della psichedelia e delle jam nonché ponte verso la tradizione country e mano tesa ai suoni di più pura matrice nera (anch’essi homegrown, beninteso, ché Ray Charles, Little Richard, Otis Redding e Curtis Mayfield erano tutti georgiani).

La pervicace localizzazione e il rifarsi ad un linguaggio musicale sì globalizzato, ma sempre intrinsecamente locale, perché derivante da specifiche dinamiche socio-economiche esistenti in quei luoghi in un dato momento storico (all’incirca 1968-1977; il southern rock prodotto dopo è soltanto una rivisitazione degli stilemi codificati originariamente), ha con ogni evidenza limitato la diffusione mondiale di quel suono, cosicché attualmente è impossibile indicare un gruppo southern non americano di una qualche rilevanza o anche solo di una certa fama: europei, giapponesi, sudamericani, australiani e neozelandesi, e cioè oltre il 90% della produzione rock esistente, hanno sempre battuto altre strade sonore. Ma anche i complessi yankee hanno preferito orientarsi altrove, e i pochi sparuti che sono rimasti fedeli al verbo sudista godono di una sorta di fama “regionale”. Insomma, giunto ad un declino di popolarità ex abrupto nel 1977, fiaccato dall’esaurimento dell’iniziale spinta creativa, imbastarditosi con l’hard rock vero e proprio (spesso fino a confondervisi) negli anni Ottanta e solo parzialmente riesumato a partire dagli anni Novanta, il southern rock sembra essere morto. Sembra.

“Sembra” perché qualcuno ancora considera questo suono come una materia viva e pulsante, da plasmare secondo le proprie necessità e sensibilità, gettando un altro personale collegamento tra una pagina feconda ma ingiallita del passato del rock e un presente dispersivo in cui la liquidità sonora si coagula in mille rivoli distinti ma indistinguibili. E la plasma portandola da anni su tutti i palchi possibili, delle arene nelle grandi città come dei localini nella provincia profonda, per oltre duecentocinquanta sere l’anno. Vivendo sulla strada e incidendo dischi per passione più che per calcolo commerciale, con la costante consapevolezza che it’s a long way to the top if you wanna rock ‘n’ roll. I Blackberry Smoke, da Atlanta, GA, sono questo qualcuno.

Appresi dell’esistenza di questo quintetto un paio di anni fa, da un amico trasferitosi in America, proprio nel Sud. Mi parlò di una band locale di belle speranze, che, al tempo (si era nel 2012), aveva appena partorito il terzo album “The Whippoorwill”. Che l’amico mi consigliò: “Southern suonato alla vecchia maniera, e poi dal vivo spaccano“. Mi fidavo, e mi fido, del suo giudizio, quindi ascoltai il disco: effettivamente la stoffa c’era, e un paio di pezzi mi colpirono davvero profondamente e rimasero impressi nella memoria (Six Ways To Sunday e Everybody Knows She’s Mine avevano l’approccio insieme pigro e procace del migliore rock sudista), ma la maggior parte dell’album mi pareva troppo adagiato sul country, o perlomeno sul tentativo di un suo riadattamento al rock moderno, e quindi, dopo un paio di ulteriori ascolti, lasciai perdere e mi dimenticai del disco, registrando, però, il nome dei Blackberry Smoke tra quelli di potenziale interesse e da tenere d’occhio. Attesa durata fino ad oggi.

Il nove febbraio è uscito “Holding All The Roses”, quarta fatica sulla lunga distanza per il quintetto di Atlanta, e mantiene le promesse che il passato aveva lasciato trapelare: la gavetta concertistica ha pagato in termini di perizia strumentale, il songwriting è giunto a (definitiva?) maturazione e la crescente fama (che ha condotto il gruppo ad essere pubblicato in Europa dalla potente Earache) ha consentito ai nostri di accaparrarsi i servigi in studio di una vecchia e saggia volpe come Brendan O’Brien, per una resa sonora eccellente nel coniugare le esigenze dell’odierna loudness war e la rusticitas che il genere comanda. Ma la scrittura è ciò che più sorprende, disvelando un gruppo consapevole dei propri mezzi e pienamente abile nel decrittare le proprie influenze, forse scontate ma gestite con intelligenza e gusto: se Too High ci porta in gita nella Nashville di una volta, Lay It All On Me trasuda il feeling verace che può possedere solo chi gli honky tonk li ha frequentati davvero; se Let Me Help You (Find The Door) olezza degli Stones settantiani, la title-track parte bluesy da film western e approda a un ritornello insidioso senza per questo scordare un intermezzo country-bluegrass in stile Charlie Daniels Band; se Rock And Roll Again rolla il boogie come hanno insegnato gli ZZ Top, Randolph County Farewell è 1:17 in acustico che non sorprenderebbe sapere uscito dalla chitarra di Toy Caldwell. Non tutto è oro, in verità, perché Payback’s A Bitch sembra uno scarto degli Aerosmith e Woman In The Moon un interlocutorio pasticcio di R.E.M., country ed echi di James Taylor, ma nel complesso la qualità è ampiamente soddisfacente e, mi pare, superiore a quella dei loro dischi precedenti. Anche se, vista la sorprendente crescita dimostrata in soli due anni, una vocina insistente continua a suggerirmi che ci sono ulteriori margini di miglioramento per i Blackberry Smoke.

In conclusione: un album valido, per iniziare al meglio l’anno e per ricordarci che, anche nel rock ‘n’ roll, the more things change, the more they stay the same.

16 thoughts on “Deo vindice: Blackberry Smoke – Holding All The Roses

  1. Questa band l’ho scoperta circa 3 anni fa e me ne sono subito innamorato. Assieme ai Lynyrd Skynyrd sono secondo me i principali interpreti di quel sound country/Southern che purtroppo in Italia non funziona, troppo intenti a previlegiare materiale commerciale perbenista e noioso stile sanremo. Dal vivo poi sono grandiosi (esperienze a Monaco di Baviera e Londra dell’anno scorso). Li attendo con ansia in Europa.

    • Il southern non avrà mai un folto pubblico in Italia: è troppo distante dalle corde sonore e culturali del pubblico (anche se, sotto quest’ultimo aspetto, si possono notare delle analogie, che vanno dal macchiettistico all’inquietante).
      Secondo me i Lynyrd Skynyrd di adesso si stanno progressivamente adagiando su un suono hard rock che non era negli intendimenti originali del gruppo (non a caso ora incidono per la Sanctuary), mentre i Blackberry Smoke, pur eredi quasi universali della variegata tradizione southern, sono sempre stati sul versante più radiofonico del country, che ormai imperversa negli Stati Uniti. Però hanno il merito di catturare anche il pubblico del rock (e negli USA si tratta di due audience distinte), e questo è un grande merito che contribuisce a renderli, per l’appunto, gli eredi del sound confederato. Speriamo di vederli presto anche da noi, perché, da buoni sudisti, sul palco spaccano.

      • Sono d’accordo con te, per quanto riguarda i Lynyrd Skynyrd ci sarebbe da fare un discorso a parte che se mi dilungassi verrebbe fuori un trattato lungo un intero libro. Mi limito semplicemente a dire che la loro storia è assai particolare e quasi unica, legata inevitabilmente alla tragedia del 77. Se non fosse mai avvenuta forse ora si ascolterebbe un sound diverso e magari un po’ più legato alle origini sudiste, proprio come lo si può ascoltare con i primi album capitanati dal compianto Ronnie. Personalmente i Lynyrd Skynyrd d’oggi, considerato che io sono un amatore dell’hard rock più puro targato ACDC, Led Zeppelin e Deep Purple su tutti, mi piacciono molto, ma non dimentico assolutamente il vecchio sound degli anni 70. Settimana prossima sarò a Parigi ad ascoltarli, ti dirò che impressione mi hanno fatto. Avendoli già ascoltati a Milano e Vigevano negli anni scorsi, mi aspetto un grande concerto. I Blackberry Smoke, dato che adoro il country, che ballo pure, li apprezzo ancor di più perché fondono appunto i miei due generi musicali preferiti, appunto il country e l’hard rock. Anche io ho la speranza che arrivino anche da noi, ma resta solo una speranza, come hai giustamente detto tu, da noi il Southern e il Country non hanno pubblico. Troppo spesso da noi si guarda il nome più che le sonorità e capacità. Se posso chiederti: cosa ne pensi degli “The Statesboro Revue”? Saranno in Europa per parecchie date tra un paio di mesi, ovviamente l’Italia manca…

      • Anche a me i Lynyrd Skynyrd di oggi piacciono, e trovo che “Vicious Cycle” sia il miglior disco che hanno fatto dal fatidico ’77, e forse anche migliore di “Nuthin’ Fancy” e “Gimme Back My Bullets”. Solo che sono obiettivamente un gruppo diverso da quello che erano nel passato, e ormai hanno virato in via praticamente esclusiva sul puro hard rock (l’ultimo album è emblematico in questo senso). Ovviamente attendo il tuo responso sul concerto, e ovviamente so già che sarà entusiastico (e non potrebbe essere altrimenti: troppi pezzi esaltanti in scaletta). Buon divertimento.
        Confesso che non conoscevo gli Statesboro Review, ma, dopo la tua segnalazione, li ho ascoltati un po’: non sono male, ma sono un po’ troppo country e un po’ troppo poco rock per i miei gusti, ad onta di un nome che, invece, richiama il blues. Ma, come si dice, il mondo (e la musica è un mondo; o forse “il” mondo) è bello perché è vario.

      • Ciao, come immaginavo, I nostri Lynyrd Skynyrd a Parigi sono stati grandiosi. Unico neo? Fuori dagli USA non eseguono praticamente mai brani scritti dopo l’incidente aereo, cioè dopo la riformazione della band datata 1987, brani più recenti insomma rispetto a quelli scritti dai membri storici. Devo dire che ancor prima di ascoltare lo show, sai già la scaletta. Comunque sia, coinvolgenti e sempre in gamba.

  2. Sul palco sono ottimi, niente da dire, anche se la scelta della scaletta accentua l’effetto “cover band”, peraltro già determinato dal fatto che dei musicisti dell’epoca è rimasto solo Gary Rossington. Nonostante tutto, ti invidio per averli visti dal vivo 🙂
    Grazie del resoconto! Ciao

  3. Ciao, ti ricordi di me? Sei stato a sentire i Blackberry Smoke a Milano? Se si, che ne pensi? Io andrò pure a Londra settimana prossima.. Io che li adoro, forse risulto un po’ troppo di parte ma, mi hanno emozionato, soprattutto perché ascoltandoli sotto il palco, ho avuto modo non solo di ascoltare il sound, ma anche di catturare ogni sfaccettatura di tutti e cinque, la passione che hanno nell’eseguire e gli sguardi (compiaciuti) verso chi era appena sotto di loro. Mia moglie che era con me, ha un debole per Charlie, a suo dire simpatico. Lei amante della musica italiana stile Modà (mmm), sono riuscito a farla ricredere sui BBS, incredibile. Ho avuto la fortuna di infilarmi nel backstage con l’aiuto di un amico, un parente della moglie di Charlie Starr (lei ha origini italiane) che ho conosciuto a Lucca allo show degli Eagles un paio di anni fa. Simpatici, alla mano e soprattutto umili, spesso qualità rare in artisti “moderni”.

    • Ciao! No, per impegni concomitanti purtroppo non ho potuto esserci. Ma non fatico a crederti quando descrivi il concerto con toni entusiastici: come ho scritto nella recensione, e come del resto mi aveva già segnalato l’amico che me li ha fatti conoscere, i Blackberry Smoke sono una band che si esprime al meglio sul palcoscenico, proprio come il loro genere richiede. E la riprova è che hanno colpito favorevolmente persino un’ascoltatrice lontana anni luce da quel sound 🙂
      Grazie della tua testimonianza; a questo punto non potrò proprio mancare al prossimo concerto in Italia.

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