Un diamante è per sempre: Bryan Adams – Anytime At All

È possibile fare meglio dei Beatles, batterli al loro stesso gioco? Forse no. Nemmeno il compianto (poco, da queste parti) Joe Cocker ce la fece, con la sua With A Little Help From My Friends di vocalizzi soul e di arrangiamenti tra gospel e hard, pure famosissima e fors’anche più dell’omonima versione made in Liverpool, a battere la levità in uno malinconica e ottimista e quel favoloso andamento cadenzato creati dai Quattro. No, forse non è possibile. Eppure tutti continuano a provarci, chi convincentemente, chi poco; quale con cognizione di causa, quale, invece, insipiente; certuni con classe, altri con, bene che vada, mero mestiere.

Nelle prime tra le enunciate categorie si colloca senz’altro quest’ultimo – in ordine cronologico, giacché vide la luce il 30 settembre scorso – tentativo, a firma di Bryan Adams, canadese osteggiato dai soloni della critica musicale per il suo immenso successo tra metà anni Ottanta e i primi anni Novanta, sulla scorta di un rock-pop (a volte, però, i termini sono da invertire) senza dubbio votato all’airplay radiofonico ma con ampio titolo in tal senso (giacché pregno di eccellente respiro melodico e di studiati quanto efficaci arrangiamenti), eppure dotato di un talento così poliedrico (cantante e chitarrista dal tocco di platino, ma anche compositore in proprio e per conto terzi, fotografo di fama internazionale e ubertoso attivista/filantropo alla maniera anglosassone, e cioè condividendo parte delle proprie sostanze e della propria fama per attenuare le diseguaglianze, senza, tuttavia, alcuna intenzione di rimuoverne le cause ultime, da ciò traendo, nel contempo, buona reputazione per avere adempiuto ai doveri sociali costituenti la cosiddetta “responsabilità dei ricchi”) che non può non suscitare quantomeno rispetto. A beneficiare delle attenzioni di Adams è, stavolta, uno dei gioielli semiluccicanti di “A Hard Day’s Night”, non abbacinante quanto la title-track o Can’t Buy Me Love ma cadetto di un soffio nello scintillio: Anytime At All. Poco più di due minuti di spigliato brio con potenzialità di musa ispiratrice del power pop, se riguardati da una prospettiva storico-critica. Potenzialità qui dispiegate appieno, giacché il nuovo arrangiamento preserva l’andamento frizzante e le linee vocali dell’originale – difficilmente migliorabili; Lennon-McCartney, d’altronde – aggiungendovi un vincente appiglio melodico della chitarra (quelle tre note, abbastanza jangly e twangy da farle indovinare eseguite, con debito rigore filologico, su una Rickenbacker o una Gretsch, udite subito dopo l'”anytime at all” di inizio ritornello) e giusto una punta di grinta, data dal crescendo di intensità vocale e strumentale tra strofa e ritornello e, soprattutto, dalla voce appena rasposa di Bryan Adams, in tal modo disvelando il brano come apripista di quello stile che vide, nell’America di inizio anni Settanta, vitaminizzare l’allora nuovo pop con l’impatto del rock, e attualizzandolo quanto basta per piacere ai giovinotti di oggi e di ieri (facciamo l’altroieri: l’originale usciva nel 1964). Si potrebbe udirla oggi stesso in radio, Anytime At All, e nulla ci sarebbe da ridire. Non a caso è la canzone scelta per aprire “Track Of My Years”, il disco di cover (tutte tranne la gradevole She Knows Me, a firma Bryan Adams-Jim Vallance) che ha segnato il ritorno sulle scene del canadese, dopo l’eccellente (ridete pure, ma non sapete cosa vi perdete) live per soli voce, pianoforte e chitarra acustica “Bare Bones” (2010). Una dimostrazione che anche il manierismo, del quale la rivisitazione del catalogo altrui è acme indubitabile, può essere fatto con intelligenza.

E, no, non si può battere i Beatles al loro gioco. Però pareggiare sì, e a volte anche passare in vantaggio. Bryan Adams (come Joe Cocker e sparuti altri) ce l’ha fatta. Ma non è questo che conta; quello che conta è il bel gioco. E qui ce n’è eccome.

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