The Immoral Mr. Russ: dieci anni senza Russ Meyer.

IMG_2630.JPG
Potrei essere un grande cineasta, se non mi piacessero così tanto le tette. Ma se non posso avere una donna con le tette grandi, piuttosto gioco a carte.
Russ Meyer morì nel settembre 2004, ottantaduenne. Da venticinque anni non produceva un film, la sua ultima opera “Beyond The Valley Of The Ultravixens”, datato 1979. Isolamento autoimposto, forse per la percezione dell’inutilità di aggiungere ulteriori elementi ad un canone registico giunto a definitiva maturazione. Definire l’uomo un regista, tuttavia, è riduttivo, data la sua capacità, unica tra i contemporanei e forse anche tra i posteri, di ricoprire tutti i ruoli decisivi per la realizzazione di un’opera cinematografica: sceneggiatore, produttore (inizialmente con la prima moglie Eve, quindi totalmente in proprio), selezionatore del cast (con un aiutino, confessato, fornito dal paginone centrale di Playboy), committente della colonna sonora, regista, montatore (…) e comparsa (omaggio o sfottò a Hitchcock?) di ogni suo film, Russ Meyer è stato uno dei pochi autori a, ahem, tutto tondo del cinema americano novecentesco, più influente di quanto le tematiche affrontate dalle sue opere possano suggerire. Anzi, il suo corpo d’opera ha dato un contributo decisivo alla costruzione dell’immaginario di una certa cultura sotterranea, che a sua volta ha conosciuto ulteriori germinazioni, come certo malsano, pericoloso ed eccitante rock ‘n’ roll, che ha fatto dei topoi meyeriani un manifesto artistico. Qualche esempio? L’estetica dei Cramps, altrimenti inconcepibile, e i nomi di Mudhoney, Motorpsycho e Faster Pussycat, presi da altrettanti titoli del regista californiano; persino le provocazioni musicali ed estetiche dei Sex Pistols avrebbero dovuto trovare, nella contorta e cinica mente del manager Malcolm McLaren, veste cinematografica per mano di Meyer, con il progetto, poi abortito, “Who Killed Bambi?”. E questo solo per quanto riguarda la musica; nel cinema l’influenza è più sottile ma senz’altro più profonda: chiunque abbia piazzato un seno di taglia superiore alla terza di fronte alla telecamera deve qualcosa al nostro uomo, si potrebbe azzardare. Se è vero quanto osservò François Truffaut, e cioè: “metti una bella donna davanti alla macchina da presa e stai già facendo del cinema“, allora Russ Meyer è un maestro.

IMG_2631.JPG

Dieci anni fa l’uomo se ne andava, dicevamo. Ottantaduenne arzillo e sporcaccione, come la sua età e la sua storia professionale hanno sempre suggerito, Meyer ha mantenuto il proprio spirito iconoclasta fino a che il morbo di Alzheimer glielo ha consentito, confermandosi un’icona più o meno inconsapevole (e su questa apparente inconsapevolezza l’uomo ha spesso furbescamente giocato) della controcultura a stelle e strisce, che, nelle sue declinazioni più originali (tra le quali l’opera meyeriana rientra senz’altro), è stata capace di stimolare il pensiero critico pur essendo in apparenza rivolta a vellicare esclusivamente istinti ben più bradi. Nulla era tabù per Russ Meyer, nulla poteva sottrarsi alla caustica satira e alla straripante satiriasi della sua lente da presa: non, ovviamente, il sesso (nonostante la sua opera contempli, in materia, esclusivamente esseri umani), non la violenza (spesso correlata al sesso ma ancora più spesso fine a se stessa), non il conflitto tra generi (da Meyer risolto a favore del femminile, con la creazione della stereotipata figura della vixen, amazzone giunonica e dominatrice, dagli insaziabili appetiti erotici), non il nazismo (il ricorrente utilizzo di un personaggio chiamato Martin Bormann e intriso di germanismi caricaturali, nonché l’intera trama di “Up!”), non l’autorità costituita (i poliziotti, sempre rappresentati come prevaricatori autoritari ed impuniti; probabile strascico dell’abbandono nell’infanzia da parte del padre, poliziotto ad Oakland), non la critica sociale e di costume (il predicatore in “Lorna”, lo show business di epoca flower power in “Beyond The Valley Of The Dolls”, l’America profonda e conservatrice delle piccole città in “Beneath The Valley Of The Ultra Vixens”); nulla. Ed ecco così creato (o assemblato?) un linguaggio cinematografico del tutto personale, intento ad affrescare, con l’occhio attento e bramoso di un voyeur feticista, un mondo di auto da corsa e motociclisti col chiodo, sbirri sadici e polpose Semiramidi, copule immerse nei grandi spazi naturali e spogliarelli tanto eccitanti quanto grotteschi (il pesce surgelato in “Vixen”), famiglie disfunzionali e letti senza materasso, seni straripanti (da notare che l’intera parabola cinematografica di Meyer si svolge prima dell’avvento della mastoplastica additiva) e ubique allusioni falliche. Cattivo gusto, si obietterà; probabile, ma è proprio questo il punto: nelle parole di Meyer stesso, “nulla è osceno, se è fatto con cattivo gusto“. E infatti nessuno dei suoi film ha mai incontrato la scure della censura, incassando, anzi, somme ingenti tanto dalle proiezioni in sala (negli ormai celebri grindhouse agli esordi e persino nei circuiti d’essai a fine carriera) quanto dai supporti home video.

Come definire, dunque, Russ Meyer? Un innovatore? Un sovversivo? Un furbastro? Un affarista? Un guardone dietro una cinepresa? Provo a rispondere. Un artista scaltro e disincantato, impegnato a trasformare le proprie perversioni erotiche in una ubertosa cash cow, nel contempo mostrando agli spettatori le assurdità del mondo e delle leggi ultime che lo governano, in primis la sopraffazione e l’istinto sessuale nelle sue forme più inconfessabili, una porzione delle quali è irrimediabilmente presente in ogni individuo. Capitalista fino al midollo e però consapevole del potere liberatorio, privato e dunque politico, delle pulsioni erotiche, Russ Meyer è quintessenzialmente americano: gli mancano la lucidità sovversiva di un Tinto Brass (il primo Brass, quantomeno) e la morbosità ossessiva di un Nagisa Oshima, ma non si è mai nascosto dietro ambizioni intellettuali o autoriali (anche se autore lo è stato eccome), preferendo un approccio pop eppure (r)innovativo alla materia filmica, non di rottura e disconoscimento della tradizione (specialmente quella dei più pecorecci nude movies; d’altronde, un seno è un seno in ogni epoca) bensì di dirompente rilettura, capace di cavalcare il cambiamento sociale e, contemporaneamente, di alimentarlo.

Anyone can do it” fu uno dei motti del movimento punk; sulla lapide di Russ Meyer si legge: “I was glad to do it“. Ci crediamo, mister Russ. E ora torna pure a goderti i sudati mel…ehm, milioni: te li sei meritati.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...