Quare id faciam, fortasse requiris. Canto di Natale.

Ci sono caduto. Ho fatto la mia parte: ho addobbato un timido ancorché grazioso alberello sintetico, ho comprato i regali del caso (pochi, comunque; meno di dieci, di cui un paio per dei bambini), ho colto l’occasione per salutare gente che non vedevo da un po’ (tutti amici, però, non “tappe obbligate”), ho ascoltato le musiche di rito (gli interi “Christmas Time Again” dei Lynyrd Skynyrd e “Dig That Crazy Christmas” della Brian Setzer Orchestra, oltre a numerose versioni di Rudolph The Red-Nosed Reindeer). Però mi sa di finto. Ho fatto tutto con convinzione, riducendo al minimo i logoranti obblighi convenzionali di questo periodo dell’anno e anche divertendomi, ma continua a sembrarmi finto. La retorica dei buoni sentimenti di facciata che fa capolino ancora una volta, solo che stavolta mi vedo impreparato a fronteggiarla, come se la maturità avesse condotto ad un abbassamento della soglia critica e ad una serena accettazione dell’esistenza di tali compromessi decembrini, accettazione senz’altro ragionevole nella portata delle concessioni ma non per questo meno passiva. Ho l’impressione, insomma, che sia il mio primo Natale di governo, dopo numerosi Natali di lotta.

E mi ritorna in mente la colonna sonora di molte passate Notti Sante, il cui messaggio è stato particolarmente partecipato in certune annate e solo riverito in altre, questa compresa: Canto Di Natale dei Modena City Ramblers. Bellissima. Struggente e tenera, attuale e senza tempo, stout e zampone, Irlanda ed Emilia. Una pugnalata al cuore, a squarciare il velo di ipocrisia che ammanta questi giorni dell’anno. Un velo che nasconde anche chi ne percepisce l’esistenza. Che si trova maggiormente a disagio, specie se vede i propri bastioni critici crescentemente insufficienti a fronteggiare l’assedio del Natale messa del consumismo compulsivo e fiera del buonismo dozzinale. E così, mentre fendo da pedone la fiumana di gente che si affanna agli ultimi acquisti prima di rinchiudersi in casa e produrre l’innaturale silenzio urbano tipico della sera di questo giorno, mi punge il ricordo dell’ultimo verso della canzone: “E stasera ce ne andremo a ballare per strada e a brindare un saluto e un cordiale fanculo ad un altro Natale”. E sto male, perché odio e amo, sento che accade e mi tormento.

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