Resistance is futile: MC5 – Back In The U.S.A.

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Peppone: “Deve ancora nascere il prete capace di fregare me!”
Don Camillo (nei panni del compagno Camillo Tarocci): “E quello che ti ha battezzato?”
Peppone: “Oh beh, grazie! Avevo un giorno!”
Don Camillo: “E quello che ti ha sposato?”
Scamoggia: “No capo, Tarocci ha ragione: il prete ti frega e ti fregherà sempre. Tarocci, mi piaci perché sei un mangiapreti, proprio come me!”

Così “Il compagno Don Camillo”, anno 1973. La ratifica, anche nella più innocua produzione culturale di massa, della vittoria del Sistema. Dell’annientamento del Movimento. Seguiranno sette lunghi anni di inquietudini e turbolenze, di istanze anche violente di cambiamento e di tentativi di trovare un’alternativa alla quadratura del cerchio (facciamo dello Scudo). Ma ogni azione muoverà da un’amara quanto irreversibile constatazione: la contestazione, il Sessantotto, gli anni Sessanta hanno fallito.

Del rinnovamento, gli MC5 sono stati tra i primi e più convinti sostenitori: formatisi nel 1964 a Lincoln Park, sobborgo-dormitorio di Detroit, al tempo la città più industriale d’America, ideale capitale di quella Rust Belt che si snoda tra i Grandi Laghi e l’Atlantico, i Motor City (abbreviati in MC) 5 sono stati forse il più eclatante esempio di “race, milieu, moment” in ambito rock. Non solo hanno forgiato un sound eversivo, abrasivo e selvaggio come mai si era udito, brandelli di primigenio rock ‘n’ roll riprodotti a volumi tellurici e acidamente distorti da chitarre che ricordano i rumori della fabbrica e da voci incendiarie come le bombe sganciate dallo Zio Sam sul Sudest asiatico; ma hanno anche abbracciato da subito la radicale ideologia filoproletaria che era germinata quasi spontaneamente nel loro contesto di provenienza, aderendo al movimento delle White Panthers (il cui leader John Sinclair diverrà il loro primo manager). Schiatta di derelitti senza speranza che abita un contesto spietato, in una collocazione spazio-temporale in cui sempre più cominciano ad alzare la testa per domandare ciò che gli spetta come esseri umani; ecco cos’erano gli MC5.

Non è difficile immaginare difficoltà di ogni tipo per un gruppo del genere che intenda portare in giro la propria musica, e infatti passano cinque anni tra la formazione e l’esordio discografico. Ed è bene non dimenticare che anni sono, che valore riveste per la musica pop il lustro 1964-1969. Esordio rimandato, dunque, ma deflagrante: “Kick Out The Jams”, registrato dal vivo negli ultimi due giorni di ottobre del 1968 (l’Autunno Caldo; quello stesso in cui si tenne la storica Convention di Chicago, interrotta dalla polizia coi lacrimogeni proprio durante l’esibizione della band) e uscito a metà febbraio del 1969, è una pietra miliare del rock, progenitore del punk come di certo hard rock nonché delle forme più dirette di impegno politico in musica. Perché gli MC5 non hanno nelle corde, delle chitarre come vocali, le sottili metafore dei cantautori o gli accorati appelli delle star, ma solo fumiganti constatazioni che Motor City Is Burning e rabbiose esortazioni a “kick out the jams, motherfuckers!“. Trionfo musicale, tonfo politico.

Quando la sesta decina del Novecento cede il passo, il Paese a cui guarda l’Occidente è esausto: Tricky Dick siede nella Stanza Ovale, la conta dei virgulti caduti in uniforme è da tempo troppo onerosa, le speranze di cambiamento sono sottoterra con i due Kennedy e Martin Luther King e anche le sette note piangono i loro lutti, naturali (la Trimurti Jim/Jimi/Janis e Altamont) e artificiali (Beatles). La Storia si è ripetuta ancora una volta; ancora una volta il Sistema ha vinto. E, ancora una volta, vae victis. Tra i victi, gli MC5 sono in prima linea: si erano buttati a corpo morto sul Movimento e ora si trovano a raccoglierne i cocci. Non avrebbe senso proseguire nel solco già tracciato, insistere con le grida quando tutti non ascoltano più, aprirsi all’esterno quando tutti ripiegano nell’interiorità. Si deve abbandonare le posizioni e ritirarsi. Ma anche una ritirata può essere onorevole.

Il passaggio del management dal radicale Sinclair al critico Jon Landau, per esempio. Costui, giornalista di “Rolling Stone” e grande oppositore della psichedelia, vista in antitesi alla scatenata vitalità del rock ‘n’ roll, suggerisce al quintetto un nuovo significato del concetto di “radicalismo”: non sovvertimento copernicano dei paradigmi esistenti, impossibile nel nuovo contesto, ma riscoperta e valorizzazione delle radici, nell’ottica di una loro rielaborazione per i tempi mutati. Funziona: il gruppo si lascia ammaliare dalla sfida e inizia a lavorare su un nuovo LP, che vedrà la luce proprio nel 1970. Con un titolo programmatico, che, nonostante alcuni chiari elementi in senso contrario, sa di dichiarazione di resa, di ammissione di colpa, di inequivocabile bandiera bianca (il bianco è, del resto, il colore che domina la copertina): “Back In The U.S.A.”. Un personale In God We Trust; mormorato a bocca storta e con qualche riserva mentale, ma pur sempre mormorato. Il prete ti frega e ti fregherà sempre, anche se qualche dispiacere glielo si può comunque dare.

Ponendo in apertura Tutti Frutti di Little Richard, per esempio. Emblema delle radici nere del rock ‘n’ roll e della loro resistenza all’edulcoramento, allo “sbiancamento” volto all’assimilazione (come quello tentato illo tempore da Pat Boone), riprodotto con mercuriale frenesia elettrica raschiata di ogni reminiscenza rhythm & blues. Ma anche celebrando l’esuberante ed incosciente fisicità dell’adolescenza, vissuta tra gli odiati banchi di scuola (High School) con gli ormoni in subbuglio (Teenage Lust) e il piglio ribelle di chi si oppone a prescindere (The American Ruse). Il suono è quello dell’America giovanile del decennio precedente, garage (Looking At You), doo-wop (Let Me Try) e rhythm & blues (Tonight), reso ancora più eccitante dalla consapevolezza e dalla volontà di celebrare un tempo e un’innocenza che si sa non torneranno più. Ecco allora chitarre spiegate e vivaci pianoforti, gioiosi tamburelli e ritornelli corali. Undici brani e solo due al di sopra dei tre minuti (uno dei quali di un secondo!): se non è urgenza questa…

E il risultato è parimenti memorabile ed influentissimo: i suoni asciutti e i ritmi orgiastici di “Back In The U.S.A.” fanno scuola in tutto il mondo, in Australia (dove vengono importati dal chitarrista Deniz Tek, con il risultato di aprire una competizione tra Sidney e Melbourne per la palma di “nuova Motor City”) come in Svezia (gli Hellacopters, solo per fare il nome più importante, devono al quintetto di Lincoln Park buona fetta delle proprie estetica e attitudine sonora), in Francia (gli Shakin’ Street, storica formazione rock ‘n’ roll transalpina, nella quale militerà anche l’ex Dictators e futuro Manowar Ross The Boss, prendono il nome proprio da un brano di “Back In The U.S.A.”) come in Italia (è ancora il titolo “Shakin’ Street” a sancire, battezzandone il secondo LP, il passaggio degli ottimi torinesi Sick Rose dal primigenio garage ultrafilologico al suono grezzo ed eccitante di area Detroit). Con buona pace di Jon Landau, che, scioltisi gli MC5 nel 1972 (dopo l’appena meno valido “High Time”, del ’71), troverà modo di utilizzare le competenze manageriali acquisite offrendosi di assistere uno sconosciuto ma promettente cantante e chitarrista del New Jersey, tale Bruce Springsteen.

“Back In The U.S.A.” è chiuso dal brano omonimo, cover di Chuck Berry che ribadisce l’amore dei cinque del Michigan per quella Patria negletta e magnifica che va sotto il vessillo a stelle e strisce, così generosa ma talvolta sorda alle richieste di giustizia dei suoi figli. E sì che era nata proprio per essere terra dei liberi e casa dei coraggiosi! Così, almeno, recita la chiusura dell’inno nazionale. Storpiato da Hendrix sul palco di Woodstock non più tardi di qualche mese prima, che sembra, però, un secolo addietro. Meglio, quindi, poche e selezionate certezze, meglio il rock ‘n’ roll. Meglio, dopo avere ottenuto la porzione di spettanza dell’eredità (in questo caso, la libertà di espressione) ed averla dissipata, tornare alla casa del padre con la coda tra le gambe. Per sentirsi accogliere con immutato entusiasmo, le proteste degli altri figli tacitate, “perché questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato” (Luca 15, 31-32). Il prete ti frega e ti fregherà sempre.

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