Tu pensa a un pianoforte. I tasti iniziano. I tasti finiscono: Ian McLagan (1945-2014)

Stavo lavorando sul prossimo post in questo blog. L’obiettivo stava prendendo forma, piano piano, dopo numerosi abbozzi scartati a vari livelli di avanzamento nella realizzazione ed una decisione definitiva. Poi, il colpo. Ferale. La notizia. L’ennesima (Ilvo Diamanti esci da questo corpo!). Che ancora una volta mi costringe a lasciare tutto là e ad occuparmene.

Ieri, a notte alta, è morto d’infarto, sessantanovenne, Ian McLagan. In un letto d’ospedale di Austin, Texas. E dove altro poteva morire uno così se non nella più musicale città texana, casa madre di Stevie Ray Vaughan e Roky Erickson, Joe Ely e Marcia Ball? L’uomo che, nato nella Greater London a guerra appena finita, è stato l’epitome tastieristica della British Invasion? L’uomo che ha traghettato la declinazione pianistica del blues nuovamente al di là dell’Atlantico, rivendendo quella musica di cinque note e mezzo, agghindata delle procaci vesti del rock, ai suoi primigeni inventori? E così da ieri, per un altro rovescio della sorte, il firmamento della Stella Solitaria, ma anche della storia del rock, è di colpo più buio.

Da quando, fresco adolescente, imparò a mettere e tenere le mani sulla tastiera (i primi timidi esercizi con i Boz and the Boz People del futuro King Crimson e Bad Company Boz Burrell e con i Muleskinners), McLagan ha sempre viaggiato in prima: dapprima alfiere, con gli Small Faces, di quel cocktail di musica e stile che va sotto il nome di mod e che contribuì a sancire il Rinascimento britannico nella musica pop; quindi ambasciatore del più puro spirito e suono rock ‘n’ roll con il supergruppo Faces (imprescindibili i loro quattro LP); infine impresario di se stesso, corteggiato da chiunque alimentasse la fiamma di un suono pulsante e verace (i Rolling Stones di “Some Girls”, Chuck Berry nelle “London Sessions”, il Bruce Springsteen di “Human Touch”, ma anche i compari Rod Stewart e Ron Wood; e poi ancora Jackson Browne, Joe Cocker, Billy Bragg, Lucinda Williams, Taj Mahal, Buddy Guy, i Georgia Satellites, i Thin Lizzy, gli Stray Cats e molti, molti, molti altri ancora), senza per questo perdere il piacere di suonare musica per sé (nove tra LP ed EP da solista). In tre parole: un numero uno. Ecco quanto si è perduto ieri notte, in quel letto d’ospedale del Texas.

Perché il 2014 non voglia lasciare in pace i musicisti di talento non mi è ancora chiaro. Ma mi è chiaro che il tempo non bene impiegato è tempo sprecato, che nessuno ci restituisce. E non è mai sprecato il tempo speso ad ascoltare buona musica. Non sprechiamolo.

Ciao Ian, grazie di tutto.

ian mclagan

P.S. Un buon modo per ricordare McLagan è senz’altro il suo senso dell’umorismo, sempre sottolineato da quanti lo hanno conosciuto di persona e bene esemplificato dall’esistenza di una sezione “Jokes” nel suo sito Internet. Proprio da lì traggo questa battuta per rinfrancarci lo spirito, visto che la vita va, deve andare, avanti.

“Come definiresti una donna stupenda al braccio di un batterista? Un tatuaggio.”

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