Tempi moterni: Greg “Stackhouse” Prevost

Certi giorni ti assale un senso di impotenza per come va il mondo. Senti che il tuo ruolo, quella piccola porzione di influenza sul divenire che ti è dato di esercitare, è invano, e non permette comunque di cambiare alcunché per il meglio. Certi giorni vuoi spogliarti del superfluo e riportare tutto all’essenziale, a ciò che caratterizza l’essere e contemporaneamente gli dà senso.

Greg Prevost è il fu cantante dei magnifici Chesterfield Kings, veri e propri eroi del garage revival degli anni Ottanta. Gli iniziatori, si potrebbe dire: gente talmente brava e maniacale nel riproporre quello stile musicale – il sound stonesiano dell’epoca “Aftermath” in primis, ma anche il garage punk americano nelle sue declinazioni più ispide, il folk rock, il blues elettrico, il surf e la psichedelia più concisa – da divenire a sua volta un classico. Opportunamente li hanno paragonati agli amanuensi medievali, che preservavano la tradizione della grande antichità classica ricopiando, con taluni aggiustamenti dovuti ai tempi mutati, opere a rischio di estinzione, consentendone la fruizione da parte di nuove e future generazioni; ma a me piace vederli come una sorta di Vasari del rock ‘n’ roll, gente che ricapitola le vite dei grandi con un amore fine a se stesso per la specifica branca dell’arte prescelta e pereant hostes. Tanto che il fu bassista Andy Babiuk – unico membro fisso del gruppo assieme a Prevost – è autore di due monografie sulla strumentazione d’epoca di Beatles e Rolling Stones, gestisce uno studio di registrazione rinomato per le attrezzature vintage e siede nella Rock ‘n’ Roll Hall of Fame in veste di consulente. Grande, grandissimo gruppo, i Chesterfield Kings; non è escluso che in futuro trovi modo di parlarne diffusamente. Ma non divaghiamo.

Scioltosi il gruppo nella seconda metà degli anni Duemila, Prevost si è aggiunto l’epiteto “Stackhouse” tra nome e cognome e si è dedicato alla carriera solista, calandosi appieno nel fangoso terreno a dodici battute già frequentato coi Re al tempo dell’eloquentemente e splendidamente intitolato “Drunk On Muddy Waters”. Ne è uscito l’eccellentissimo “Mississippi Murderer” (2013): saggio di rock ‘n’ roll come si faceva una volta, disco come non ne escono molti, frullato corroborante di R.L. Burnside, Johnny Thunders, Rolling Stones anni ’70 (omaggiati con la cover di I Ain’t Signifyin’, incisa durante le sessioni di “Exile On Main St.” ma mai pubblicata fino al 2010, quando è stata inclusa nella definitiva deluxe edition di quel fondamentale album) e Delta blues (le rivisitazioni di Ramblin’ On My Mind di Robert Johnson e di John The Revelator di Blind Willie Johnson), senza per questo scordare gli amati Sixties (notevole la versione di Hey Gyp (Dig The Slowness) di Donovan). Se avessi avuto precedente contezza (mea culpa) della sua esistenza, sarebbe senz’altro finito nella Top Ten dell’anno scorso, magari a braccetto con l’affine – nei suoni, nello spirito e nell’identità del titolare – “The Way Life Goes” di Tom Keifer. La vita va così, a volte.

greg prevost mississippi murderer

Greg, però, tira dritto per la sua strada, e dà il meglio di sé sul palco. Qui, infatti, la sua mota rock per voce, slide e resofonica ribolle di passione, di intensità, di realtà, di vita vera. Non ho pretese di essere creduto (sbaglia chi le ha, specialmente in materia musicale), e dunque allego prove di quanto vado affermando: si tratta di un concerto dello scorso 2 agosto alla House of Guitars – forse il negozio di strumenti più grande del mondo – della natia Rochester. Accompagnato da una minuta backing band, l’ex Re dalla chioma ribelle incornicia una performance encomiabile per trasporto e dedizione (pur con il debito svacco che accompagna il genere), dimostrando, se ce ne fosse ancora bisogno – e ce n’è – che le cose semplici, i sapori intensi, le parole dirette, i sentimenti autentici sono ciò che conta, ciò che muove, ciò che significa. “L’essenziale è invisibile agli occhi”, ha scritto qualcuno: vero, ma non al cuore. Né alle orecchie.

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