Cielo grigio su, foglie gialle giù: The Empty Hearts – The Empty Hearts

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Elliott Easton, chitarrista, è una rockstar: i Cars vantano svariati milioni di copie vendute e un baluardo nella memoria di quanti amano la new wave più contigua al pop (o viceversa).

Anche Clem Burke, batterista, è una rockstar: i Blondie vantano svariati milioni di copie vendute e un baluardo nella memoria di quanti amano la new wave più contigua al pop (e/o le bionde).

Andy Babiuk, bassista, non è una rockstar, ma è qualcuno: i Chesterfield Kings guidano dal 1979 la risorgenza e il perpetuarsi del suono Sixties, dal garage degli esordi fino alla psichedelia degli ultimi album, e l’uomo ha fama di guru della strumentazione vintage (portano la sua firma due libri sull’attrezzatura dei Beatles e dei Rolling Stones).

Wally Palmar, cantante e armonicista, non è una rockstar, e forse nemmeno qualcuno, ma sa come muoversi: i Romantics guidano dal 1977 il perpetuarsi del suono power pop nella sua chiave più rock e “spinta”, con qualche singolo di successo (What I Like About You) e poco più.

2012. Andy sta lavorando alla colonna sonora del film “Not Fade Away”, scavando negli archivi dei Sixties come solo lui sa fare in cerca di perduti rock ‘n’ roll da proporre al regista David Chase. Ma l’uomo è un tarantolato e non conosce la requie, per cui gli si accende un’ulteriore lampadina: formare un altro gruppo, per riprodurre il rock eccitante e spontaneo che ascoltava e suonava negli anni della prima adolescenza. Contatta quindi lo storico amico Palmar, che ci sta e indica Burke, compagno nei Romantics a partire dal 1990 e amico comune. Che ci sta e propone Elliott Easton, conosciuto al tempo di alcune sessioni in studio con i Blondie. Che ci sta. Strappato l’impegno agli altri due, il bassista e il cantante si mettono al lavoro, scrivendo pezzi ed incidendo demo nel Fab Sound Studio di proprietà di Babiuk, a Rochester, New York.

Ed Stasium è uno dei più grandi produttori del rock. Ha messo mano a dischi di Ramones, Talking Heads, Mick Jagger, Living Colour, Motörhead, Reverend Horton Heat, Misfits e altri ancora. È amico di Babiuk. Quando il bassista gli chiede di produrre i brani che ha scritto con Palmar è entusiasta, e dalla California vola a Rochester. Con lui c’è Ian McLagan, leggendario tastierista ex Faces, pronto a dare una mano. Anche Burke e Easton, finalmente liberi da impegni, convergono là. È il marzo del 2013 e, in cinque giorni, finiscono su nastro quattordici brani, circa metà dei quali registrati “buona la prima”, anche a causa delle regole stabilite dal quartetto: ogni volta che uno sbaglia paga venti dollari. La musica è pronta, il gruppo c’è, ora manca il nome: vengono avanzate varie proposte, ma ricerche in Rete svelano che sono già tutte occupate. Come fare?

“Little” Steven Van Zandt è il chitarrista della E-Street Band. Conduce un programma radiofonico chiamato “Little Steven’s Underground Garage”, in cui propone agli ascoltatori le più dimenticate formazioni di rock ‘n’ roll essenziale ed immediato, e tiene una lista dei possibili nomi per una band, perché, come lui stesso sostiene, “è bene annotarseli quando ti vengono in mente, perché poi, nel momento in cui ne cerchi uno, non ti esce mai niente”. È amico di Babiuk: per la sua Wicked Cool Records i Chesterfield Kings hanno pubblicato gli ultimi tre album. Informato del nuovo progetto del bassista, pesca nel suo archivio e gli propone un nome: The Empty Hearts. I Cuori Vuoti. Approvato.

Trovato l’accordo con la 429 Records grazie ai servigi del manager Jonathan Wolfson, l’album omonimo degli Empty Hearts esce infine il primo agosto di quest’anno e si rivela all’altezza dei pedigree dei nomi coinvolti, grazie a un bilanciamento perfetto tra suoni risalenti e contemporanei e ad un songwriting che sa tributare il passato senza rimanere intrappolato nel revivalismo, ma, anzi, facendo insospettabilmente sfoggio di influenze di ovvia collocazione temporale (’65-’77 circa) ma dallo spettro più ampio di quel che era lecito attendersi: I Found You Again richiama i territori al confine tra rock, folk e country già cari ad un altro supergruppo, i Travellin’ Wilburys; l’opener 90 Miles An Hour Down A Dead End parte sgommando con un coretto fesso e delizioso per culminare in un ritornello bubblegum (zuccheroso, appiccicaticcio e incredibilmente invitante), mentre un’armonica sfrigola a pieno regime sulle strade libere asfaltate dalle chitarre; Loud And Clear mitiga un riff e un assolo che se non provengono da Jimmy Page poco ci manca con i soliti coretti a presa rapida; Just A Little Too Hard è un’ideale collisione di Aerosmith e Dandy Warhols; Fill An Empty Heart sfodera acustiche da aperta campagna e un twang chitarristico da film western per cantare l’insoddisfazione amorosa; Perfect World chiama in causa il garage più selvatico dei Sessanta (ah, il basso col fuzz!) e gli MC5 di “Back In The U.S.A.”; il singolo I Don’t Want Your Love (If You Don’t Want Me) sembra gli Oasis che coverizzano i Def Leppard; (I See) No Way Out è una convincente declinazione del power pop per il Ventunesimo secolo; Meet Me Round The Corner tributa in pari grado la Memphis dei Cinquanta (lato 706 Union Avenue) e la Detroit dei Settanta, senza per questo scordarsi ciò che ci sta in mezzo.

Parto di quattro musicisti di lungo corso riunitisi sotto una nuova ragione sociale per celebrare le proprie radici musicali, con la consapevolezza di nulla inventare o innovare ma felici di dire la loro (una loro peraltro accattivante) nel campo sonoro che sentono proprio, “The Empty Hearts” non sarà il disco dell’anno, e forse nemmeno avrà un seguito, schiacciato tra le agende inconciliabili dei suoi autori, ma è e rimane un album frizzante e piacevole per tutta la durata dell’ascolto e di ogni ascolto, nonché, in ultima analisi, un ottimo modo per tenere distante l’autunno incipiente. Approfittarne, a questo punto, è di rigore.

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