Ο μύθος δελόι ότι: Georgia Satellites – In The Land Of Salvation And Sin

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Sono un indeciso. Fatico a effettuare una scelta quasi tutte le volte in cui sono chiamato a farlo; e ancora più spesso me ne pento, ripensando alla bontà o meno della decisione presa e non infrequentemente cambiando idea, con annessa speranza nella possibilità, invero rara, di essere nuovamente chiamato alla stessa scelta, così da poterla compiere nel senso apparsomi infine corretto. Insomma, per me la Danimarca è tuttora più Kierkegaard che King Diamond. Eccone un esempio.

Treviso, settembre 2014. Fiera del disco. Ci vado con il solito compagno di questo genere di scorribande, per liberarmi di vecchi arnesi fonografici, il più delle volte per rimpiazzarli con altri. Ecco quindi che cerco di disfarmi di errori/orrori acquistati in passato, barattandoli con una scarna lista di titoli che da tempo mi occupa la mente. Uno di questi viene scovato dal mio compare, che mi addita l’ubertosa bancarella. Accorro, e lo individuo: è proprio lui, quello che cercavo! “Live: You Get What You Play For” degli REO Speedwagon, stampa americana d’epoca in CD e in ottime condizioni. Contratto con il venditore e alla fine l’affare è fatto, tre dei miei contro il suo (ovviamente starete già osservando che si capisce bene chi dei due ha fatto l’affare, ma c’è da dire che i dischi sacrificati davvero non avevano più diritto di cittadinanza nei miei padiglioni aurali, e dunque perché trattenerli solo per questioni numeriche?). Soddisfatto, indugio un altro po’, scorrendo la lista dei titoli, nella speranza di trovare qualcos’altro di interessante a cui opporre alcune delle vestigia del mio passato musicale che ho portato per fini di scambio. E, come spesso accade in questi casi, l’occhio mi cade per caso su un titolo. Uno in particolare.

“In The Land Of Salvation And Sin” dei Georgia Satellites. È là, davanti a me, e una costina di colore beige-crema con autore e titolo scritti in un asettico lettering nero sta lì a testimoniarlo. Un disco che nel mio personale immaginario è avvolto da un alone di leggenda, perché ne ho sempre letto in toni entusiastici senza, però, vederlo mai da alcuna parte. Ed ora è là, davanti a me, pronto per essere tirato fuori e barattato con altri dischi o, tuttalpiù, pagato una cifra bassa e comunque compatibile con le mie disponibilità. Un’occasione d’oro. Appunto.

Il cervello si sofferma brevemente sull’ipotesi di compiere le anzidette operazioni. Sembra ovvio, in effetti. Poi, però, accade l’inspiegabile. Interiormente, negli anfratti dello stato vigile, tra connessioni sinaptiche a pieno regime e un sistema simpatico di sufficiente efficienza, si fa strada un insistente frinire, che collodianamente e disneyanamente mi piace pensare adorno di cilindro, frac e ombrello, ma anche di occhiali scuri. Una specie di Lux Interior, insomma, di nome e di fatto. La sua voce si fa insistente, e si pronuncia a senso unico: “Ma cosa te ne fai di un altro disco, ché sei qua a liberarti di quelli che hai già? Magari, poi, sto album non è neanche tutto sto granché, e, oltre al problema dello spazio, hai anche quello dell’aver sprecato soldi per una cosa che non ti piace”. Martella insistente, l’insetto; non molla. “Ma sì – mi dico – in fondo ha ragione, cosa me ne faccio? Magari non è niente di che, e mi ritrovo con una delusione, che sarebbe ancora peggio del dubbio. E poi cosa me ne faccio di un altro disco, con tutti quelli che ho?”. Finisce che gli do retta, al grillo. Anzi no, che vengo via con un altro disco, “Win, Lose or Draw” della Allman Brothers Band; pagato dieci Euro, laddove è cosa nota che in qualunque megastore d’Italia è uno di quelli stabili a 4,99. Quando si dice un colpo da maestro.

I giorni passano, e il pensiero fisso resta. Che fare? Rimanere fermi sui propri principi o ammettere la sconfitta e soddisfare la curiosità procurandosi il benedetto disco? Se avete letto quanto sopra, saprete già la risposta: ricerca in rete, comparazione di qualche offerta, un paio di click e voilà, per un paio di Euro in più del prezzo del venditore trevigiano (giusta penale per la smemoratezza del carpe diem, oserei dire) “In The Land Of Salvation And Sin” entra a far parte della grande famiglia, completando il trittico di album del gruppo americano. Accoglienza trionfale per il pacchetto, apertura (facciamo distruzione) febbrile dell’involucro, inserimento subitaneo nel lettore e pressione del tasto “Play” con mano tremante e aspettative alle stelle. Ma prima un passo indietro.

I Georgia Satellites nascono nei primi anni Ottanta dalla fusione di due band rivali, entrambe dedite a battere i bar di Atlanta suonando un boogie ad alto voltaggio: gli Hellhounds schierano il cantante e chitarrista Rick Richards e il bassista Rick Price, mentre i Woodpeckers sono guidati dal cantante e chitarrista Dan Baird. Quando entrambi i gruppi si sciolgono, i tre, con il batterista Mauro Magellan a completare l’organico, si uniscono sotto la nuova ragione sociale e, assunti da Baird gli oneri della voce e del songwriting, iniziano a tessere le trame di un rock ‘n’ roll ruspante, essenziale e frenetico, che pesca in via direttissima nella tradizione più illustre del genere: Chuck Berry, Stones fino a “Some Girls”, Faces. Scelta sbagliata su tutta la linea, dal punto di vista sia temporale sia spaziale. È un tempo, quello, in cui dominano due realtà di segno esattamente opposto: da un lato la produzione pompata e lussuosa delle uscite mainstream (in campo rock ma non solo), prodiga di arrangiamenti elaborati e suoni sintetici e latrice di spettacolari sofisticherie, in linea col mantra voluttuario ed edonistico del decennio; dall’altro le scarne registrazioni delle realtà indipendenti sorte sull’onda lunga del punk, fieramente orgogliose della loro autonomia, capaci di fare di necessità virtù ottimizzando al meglio i pochi mezzi a disposizione e decise ad opporsi ai diktat della grande industria con lavori che puntano più sullo spessore artistico e sulla creatività che sulla commerciabilità. Inoltre, proprio dal Sud nordamericano, e in particolare proprio dalla Georgia, muovono molti artisti di grande interesse nel circuito indie rock di quel periodo (R.E.M., B-52’s, e altri ancora), mentre il blues e tutto ciò che vi deriva non godono di alcuna attenzione (perlomeno fino al successo di “Texas Flood” di Stevie Ray Vaughan, uscito nel 1983). Difficile, dunque, farsi notare con una proposta come quella dei Satelliti. Eppure…

L’Inghilterra ha aperto gli occhi degli americani bianchi sulla forza espressiva del blues, partorendone, nel lustro iniziale degli anni Sessanta e per tutto il decennio, con strascichi fino alla metà della decade seguente, la prima declinazione in chiave rock. Naturale, quindi, un maggior interesse britannico per le sonorità rock con derivazione immediata dalle dodici battute e dal boogie, persino in un momento in cui le tendenze sembrano andare in direzioni diametralmente opposte. Di tale circostanza si avvantaggiano i nostri, che, dopo l’immancabile gavetta concertistica nei locali di mezzo Sud, si trovano oggetto di interesse dell’indipendente inglese Making Waves, per la quale pubblicano l’EP “Keep The Faith” nel 1985, titolo inequivocabilmente programmatico e un rock che ancheggia e ondeggia come ai bei tempi senza, però, dimenticare la lezione e i volumi dell’hard e la tipica spensieratezza sudista. Mossa consolidata, quella di abbordare l’Inghilterra per poi (tentare di) tornare in pompa magna in America (Jimi Hendrix? Flamin’ Groovies? Stray Cats?), che funziona anche con i Satelliti: la major Elektra si accorge di loro e li scrittura subito, spedendoli in studio. Chissà cosa pensava di ricavarci, a metà anni Ottanta, da quel complesso di irriducibili revisionisti. Come che sia, l’album omonimo esce nel 1986 e sorprende tutti, in primis il gruppo stesso, finendo in classifica a traino del singolo Keep Your Hands To Yourself, boogie pestone in 4/4 con gli Humble Pie per padri e per nonno Chuck Berry e corredato da un video rustico, essenziale e divertente come il brano stesso. Le cose sembrano marciare bene per i Georgia Satellites, ma la vera faccia del music business è in agguato: il successivo “Open All Night”, uscito l’anno seguente e orientato sulle stesse coordinate sonore, ma con più pezzi originali e con l’apporto pianistico dell’ex Faces Ian McLagan, fallisce qualsiasi obiettivo commerciale, complice l’evidente estraneità del gruppo al mainstream rock coevo; come sperare di vendere un Dan Baird con pronunciata fessura tra gli incisivi e un look a base di All Star nere, t-shirt e jeans arrotolati (a mostrare un orrido tubolare bianco a coste) ad un pubblico che divora milioni di copie dei Poison e che manda in heavy rotation video in cui cantanti spalmati di cerone e dai boccoli biondi scintillanti esibiscono sfrontatamente il loro desiderio ammantati di spolverini di seta, mentre modelle in negligé si strusciano lascive su Jaguar fiammanti? Fine delle trasmissioni, e i Satelliti sono ricacciati nella dimensione a loro più congeniale: il palco.

Quando il gruppo si chiude nuovamente in studio, il calendario segna il 1989: l’hard blues sta conoscendo una risorgenza nelle classifiche grazie a gente come Aerosmith, Tesla, Great White, Kingdom Come e Blue Murder, ma a farla da padrone sono sempre gli stilemi codificati dal triumvirato Led Zeppelin-Kiss-AC/DC riletti attraverso le cromature sonore e i tecnicismi strumentali tipici della decade che volge ormai al termine, e su Billboard non c’è posto per proposte sonore affini ma più ruspanti e legate alle radici (come, invece, avverrà nel nuovo decennio con i Black Crowes, guarda caso georgiani anche loro). La Elektra, tuttavia, decide di provarci lo stesso, e quello stesso anno esce infine “In The Land Of Salvation And Sin”. “Infine” perché scarsi saranno i riscontri di vendite e il gruppo, dopo un tour promozionale culminato nell’ottima esibizione al Roskilde Festival di quell’anno, decide di separarsi, con buona pace di tutti. Richards sarà spalla per i Ju Ju Hounds dell’ex Guns ‘n’ Roses Izzy Stradlin (apprezzabile l’album omonimo del 1992, sempre a base di rock classico) e poi alfiere della disastrosa ed effimera reunion del 1997 (senza Baird), Baird sarà solista di spessore in una linea d’ombra tra rock e country, Magellan abbandonerà la musica. Satelliti di nome e di fatto.

Restano, come detto, tre LP, di cui quello in commento costituisce l’ultimo e l’apogeo qualitativo. Difficile spiegarne il perché: forse la raggiunta maturità compositiva di Baird, forse la consapevolezza che più nulla vi era da perdere dopo la debacle commerciale di “Open All Night” e che tanto valeva profondere tutto nel nuovo album. E dunque il gruppo, ma soprattutto il suo principale autore, dà sfogo alle proprie influenze più recondite, distaccandosi parzialmente dal boogie elettrico e festoso delle due prove precedenti e mostrando una faccia più riflessiva, animata dai soliti referenti (Faces – anche qui Ian McLagan è della partita -, Rolling Stones, Chuck Berry), ma anche debitrice di altri ascendenti: il country, Tom Petty, i Lynyrd Skynyrd, i Little Feat, Joe South (sua la Games People Play qui resa con piglio sornione), i Replacements. Ne risulta un perfetto equilibrio tra energia e melodia, in un amalgama raramente eguagliato dalle proposte di area lato sensu hard rock di quel periodo. Merito di una produzione attenta (opera del gruppo stesso e di Joe Hardy nella cornice storica degli Ardent Studios di Memphis; gli stessi, per dire, in cui Alex Chilton trascinò i Cramps debuttanti) e di canzoni che vanno oltre i più triti cliché del rock muscoloso: I Dunno si dimena come dei New York Dolls con al culo il miglior pepe dixie; Bottle O’ Tears tributa i ‘Mats al passaggio tra irruenza degli esordi e maturità di epoca “Tim”; All Over But The Cryin’ è un’amara constatazione di amore perduto che addita gli Spezzacuori di Tom Petty come i principali responsabili; Shake That Thing parte come la Mr. Brownstone “pistole&rose” ma sorprende subito con una slide presa a prestito da Lowell George e compagni ed esplode in un coro contagioso che parla di vizi sani; Another Chance, acustiche e un mandolino, e Sweet Blue Midnight, ricamata dalla lap steel e ingentilita da cori femminili, sono state incise a Memphis ma si direbbero di Nashville; Slaughterhouse rammenta di cos’erano un tempo capaci i Molly Hatchet; Stellazine Blues potrebbe essere il pezzo di gran lunga migliore di un qualsiasi album degli Stones post-’74. Rock ‘n’ roll, né più né meno.

Capaci di mantenere viva la fiammella del rock più ruspante e verace anche nel corso del decennio maggiormente dimentico delle radici musicali, i Georgia Satellites sono, ad onta dell’effimero e comunque scarso successo, un gruppo di importanza in un certo senso storica, per come hanno raccolto l’eredità del southern rock degli anni Settanta (a sua volta influenzato dalle sonorità rock blues sdoganate dagli inglesi nei Sessanta) e hanno traghettato il genere negli anni Novanta, periodo in cui ha conosciuto un inatteso ritorno di fiamma con la reunion della Allman Brothers Band, con il consolidarsi di quella dei Lynyrd Skynyrd e con un’ottima serie di giovani virgulti come Black Crowes, Gov’t Mule, Widespread Panic, North Mississippi All Stars, fino ai più recenti Drive By Truckers e Blueberry Smoke. Compito ingrato, quello del propheta in patria, ma necessario; questo, in sintesi, il merito ultimo dei Satelliti, sublimato nel terzo LP, splendida ricapitolazione di due decenni di rock sudista e, in generale, dello spirito rock ‘n’ roll.

Mai ristampato ma di non difficile reperimento, “In The Land Of Salvation And Sin” vale ogni centesimo dei dieci, quindici Euro che vi chiederanno. Perciò, se lo trovate, fatelo vostro senza pensarci due volte (ed è questa frase il senso ultimo della citazione nel titolo), perché è un peccato non farsi salvare da un disco così.

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