Ma glorïosi, e alle future genti/Qualche bel fatto porterà il mio nome: Robert Johnson

Il 16 agosto 1938 moriva Robert Johnson. L’Omero nero, per più di un motivo.

Innanzitutto perché la ricostruzione della sua esistenza passa più per episodi mitico-leggendari che per fatti storici (e ciò nonostante l’esistenza di testimoni oculari): la scomparsa per un certo periodo in veste di mediocre bluesman e la riapparizione, qualche mese dopo, nei panni del più grande chitarrista del Delta blues di ogni tempo passato e futuro, giustificate con la vendita dell’anima al diavolo, artificio secolare (assurto, via Marlowe e Goethe, a topos letterario) per spiegare una strabiliante conoscenza acquisita in un nonnulla; l’incontro con “il diavolo” (alcuni parlano di Papa Legba, il Loa principe del voodoo; altri, per rispettare il topos, del caro vecchio Mefistofele) avvenuto all’incrocio tra due strade rurali nel Delta del Mississippi (prove del quale cercano di rinvenirsi, con interpretazione peraltro stiracchiata, nel testo del brano forse più famoso di Johnson, Cross Road Blues) per costituire il suddetto sinallagma tra anima e talento; la morte in circostanze incerte (la versione più accreditata parla di avvelenamento da parte di un marito geloso delle attenzioni che Johnson riservava alla di lui moglie) e nel ventisettesimo anno di età, divenuta tra i musicisti rock luogo comune nonché lugubre ricorrenza latrice di immortalità; persino l’incerta collocazione della tomba, per la quale soglionsi additare tre distinte località del Mississippi. Insomma, nulla di ciò che sappiamo della vita di Robert Johnson ha rilevanza di per sé, ma solo per la sua portata simbolica. Nulla importa se quanto tramandato si sia verificato o meno, a fronte del significato che essa tradizione ha assunto.

Poi, per le opere. Di cui spesso è difficile individuare l’autore, perché, esattamente come accade per il corpus omerico (o quantomeno per la versione più accreditata circa la sua origine), le radici, melodiche come liriche, affondano profondamente nei canti di svariati altri aedi e rapsodi del blues, musicisti itineranti precedenti o contemporanei che rispetto a Johnson hanno avuto minor fortuna (e, ad essere onesti, capacità): Leroy Carr e Scrapper Blackwell con le loro Straight Alky Blues (per Cross Road Blues, ma anche Terraplane Blues) e How Long How Long Blues (per Come On In My Kitchen); la My Black Mama di Son House per Walkin’ Blues; Devil Blues di Sylvester Weaver per Hellhound On My Trail. Insomma, quei ventinove brani (ma dodici sono versioni alternative degli stessi pezzi) incisi perlopiù nel novembre 1936 in una stanza d’albergo di San Antonio, Texas vengono da lontano, da una tradizione che sintetizzano egregiamente e portano a livello di eccellenza ineguagliata per causa e mezzo del talento straordinario del loro autore-esecutore. Un grido rauco e lancinante la sua voce, che richiama in via direttissima il canto degli schiavi nei campi di cotone; un monumento di versatilità ritmica e melodica il suo stile chitarristico, forte di soluzioni che definire virtuosistiche, persino in un genere musicale che è l’apogeo dell’essenzialità, non è esagerato (le stesse, del resto, che faranno domandare ad un Keith Richards giovane e non ancora rotolante litico, durante un ascolto di un disco del bluesman, “Chi sono questi?” e, alla risposta di Jagger “Come chi sono? È Robert Johnson!”, replicare “Lui è uno. Ma l’altro che suona, chi è?”). Come Omero, ammesso che sia mai esistito, cucì insieme racconti mitici che cantori itineranti coevi narravano al pubblico (spesso, che coincidenza!, accompagnandosi con una cetra o una lira), aggiungendovi un’altissima sensibilità poetica personale, capace di dare origine ad alcune delle opere più influenti della letteratura di ogni tempo, così Robert Johnson si servì della tradizione afroamericana precedente per tradurla, con accenti insieme personalissimi e universali, in opere di forza espressiva soverchiante e di alto valore culturale. Iliade e Odissea sono colonne della cultura occidentale; non è eresia collocare nella stessa categoria, ancorché in posizione più arretrata, Cross Road Blues, Sweet Home Chicago, Hellhound On My Trail, Stop Breaking Down e Love In Vain.

Nonostante la coazione a ripeterlo che esso ingenera, ogni ascolto dello sparuto lascito di Robert Johnson rinnova lo stupore per la consapevolezza dell’artista nei propri mezzi e per l’abilità nel farne uso al fine di ottenere il massimo risultato espressivo. E persino nei meandri della mente razionale ed adusa a decrittare mitiche allegorie inizia a serpeggiare il larvato convincimento che forse davvero tali risultati sono al di là della portata di un uomo solo, che solo con l’aiuto di Satanasso uno può sperare di raggiungerli. D’altronde, non ce l’ha confessato Robert stesso che lui e il diavolo camminavano fianco a fianco e che, a un certo punto, un mastino infernale si era posto al suo inseguimento per ottenere il rispetto di quel patto stipulato ad un crocevia rurale vicino Clarksdale, Mississippi, dal quale si esce solo morti e immortali? Sarà leggenda, ma affabula mica male.

E infatti la figura di Robert Johnson continua ad affascinare ubiqua (dei musicisti è ben noto, ma riassumo per comodità. Trasfusa nel blues di Chicago degli anni Cinquanta per mezzo dei discepoli Elmore James, che renderà elettrico lo stile slide del maestro, e Howlin’ Wolf, che ne adatterà la vocalità vibrante ai nuovi mezzi sonori a disposizione, l’influenza di Johnson deflagrerà con la scoperta della sua opera omnia, a inizio Sessanta, da parte di alcuni giovanotti inglesi: Clapton scalderà i motori con i Bluesbreakers di John Mayall al suono di Ramblin’ On My Mind e poi farà accedere Crossroads alla Crema del rock; gli Stones lamenteranno l’amore invano in “Let It Bleed” e intimeranno di Stop Breaking Down su “Exile On Main St.”; gli Zeppelin debuttanti si faranno le ossa su Travellin’ Riverside Blues, in principio proposta spesso dal vivo e infatti udibile e godibile sulle “BBC Sessions”; i Fleetwood Mac inseriranno Hellhound On My Trail e Dust My Broom rispettivamente nel primo e nel secondo LP. Da qui in poi sarà un continuum: Johnny Winter, i Blues Brothers, i Gov’t Mule, i Thunder, i White Stripes e svariate altre miriadi), e numerosi sono i creativi (il film “Crossroads” e il documentario “The Search For Robert Johnson”) e gli studiosi (all’interno di una bibliografia corposa, soprattutto in lingua inglese, si segnalano le pagine dedicategli dall’etnomusicologo Alan Lomax, che primo tra i bianchi lo scoprì e lo valorizzò, nel saggio “La Terra del Blues”) che hanno dedicato i loro sforzi a ricostruire le opere e i giorni di questo baciato dalla musa Euterpe. Tra quelli più recenti e godibili segnalo questo cortometraggio del regista americano Glenn Marzano, nato come tesi di laurea con attori amatoriali e poi concretizzatosi in un progetto capace di avvincere e discernere la realtà dal mito in una vicenda dove, invece, le due componenti sono saldamente commiste. Compito non sempre semplice: chiedete a Heinrich Schliemann.

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