Seven Deadly Sins # 20

YACHT ROCK

Nel 2005, la rete americana Channel 101 mandò in onda una serie televisiva costruita su fittizi episodi, dal sapore vagamente surreale, che coinvolgevano astri e meteore del rock più leggero e radiofonico degli anni Settanta, gli eroi della radio FM a stelle e strisce nel periodo che va grosso modo dagli accordi di pace di Parigi alla crisi degli ostaggi in Iran. La serie, ideata in collaborazione con alcuni autori della All Music Guide, si chiamava, per l’appunto, “Yacht Rock”. Un simile sottogenere del rock non è mai stato codificato espressamente, ma, a ben guardare, la locuzione riassume con la massima efficacia un certo modo di intendere, comporre e suonare musica pop, tipico proprio dei mid-late Seventies: suoni puliti, curati, levigati; arrangiamenti stratificati e rigogliosi, abbondanti di tastiere soffuse (non è ancora l’epoca di sintetizzatori digitali e drum machine) e chitarre comprimarie, rigorosamente trattenute sotto una certa soglia di decibel; linee vocali molto melodiche ma anch’esse scientemente limitate nella gamma dinamica, evitando il ricorso tanto a falsetti istrionici quanto ad evocative gravità baritonali; testi che narrano i capricci di Cupido e l’aventuroso carcere soave conseguente piuttosto che cimentarsi con l’impegno civile tipico della decade; look che ricalca il mainstream della moda del tempo, in un riuscito tentativo di tenere insieme l’immedesimazione del quivis de populo che ascolta la radio e compra i dischi e la corrusca teatralità imposta dallo show biz. Ne esce una musica che, pur nella varietà delle singole proposte, è elegante e raffinata, ricercata e volutamente artefatta, voluttuosa ed edonistica; spesso fatua. La perfetta colonna sonora per una gita su un immenso yacht in legno, con sole e fresca brezza a far da contorno a fisici scultorei malcelati da abiti all’ultimo grido e preziosi nettari versati in scintillante cristalleria tintinnante di numerosi brindisi. Yacht rock: suona proprio bene, una semialliterazione ingentilita dal delicato movimento di lingua sul palato necessario per pronunciarla. Faccio mia la definizione, dunque, e chissà che non diventi una di quelle etichettature postume prodotte con intenti semicanzonatori e poi entrate nell’uso comune (tipo “hair metal”). Definizione, peraltro, sommamente liquida, giacché, nonostante i criteri temporali e stilistici sopra indicati fungano da valide linee guida, all’ascoltatore è rimessa ampia discrezionalità circa la sua applicabilità o meno ad una determinata proposta musicale. Ottimo esempio di “non-genere”, lo yacht rock impone di lavorare con l’immaginazione, per fare scivolare sulle placide onde delle emozioni l’agile scafo delle note, il tutto sotto il cielo dell’anima, ora terso ora incoltrito o addirittura procelloso. Salpate le ancore, si parte.

1. Gerry Rafferty – Baker Street
Passano pochi secondi e poi, a ciel sereno, parte quel tema di sassofono, che si radica nella memoria come un’edera su un muro. Clima epico via via stemperato in un agrodolce resoconto della celebre via londinese, qui archetipo della spietatezza della grande città. Investigazioni interiori che, guarda caso, non mettono in luce un colpevole: elementare, Watson.

2. Christopher Cross – Sailing
Una caratteristica dello yacht rock è che gli hit da alta classifica spesso coincidono con il meglio che il “genere” ha da offrire: l’esigenza di commerciabilità è intrinseca nella definizione, insomma. Stando a questa logica, nel chiamare in causa Cross, texano re della stagione aurea dell’FM, la scelta sarebbe dovuta cadere su Ride Like The Wind, suo massimo momento di gloria e capolavoro di levità pop. Tuttavia, nello spirito dello yachting, le ho preferito questa canzone, raffinato ed eloquentemente battezzato resoconto del veleggiare, carezzevole come un alito di Zefiro che porta melodie sireniche di grazia ineguagliabile. E tre Grammy Awards. “Just a dream and the wind to carry me”: ti crediamo, Chris.

3. Steely Dan – Rikki Don’t Lose That Number
Dal disco capolavoro “Pretzel Logic” (1974), sofisticato pastiche di pop, rock, jazz e canzone d’autore, una opener che installa un pianoforte e una linea vocale di matrice cantautorale su un andamento swingante ora leggiadro ora stuzzicante, finché, poco dopo metà corsa, una solista acuminata movimenta le cose, portandole in territori abitati dai primi Eagles: Jackson Browne prenderà attenta nota. Elegante come un abito di sartoria, tenera come una carezza.

4. Fleetwood Mac – Go Your Own Way
Da ormai trentasette anni quel ritornello fantastico perseguita chi lo ha ascoltato anche solo una volta. Difficile, d’altronde, scordarsi l’intreccio fatato delle voci di Stevie Nicks e Lindsay Buckingham (la disinvoltura degli americani nell’uso ambiguo dei nomi non cessa di stupirmi) che si formulano reciprocamente l’invito a troncare la travagliata relazione, che proprio in quel periodo si stava esaurendo. Ma ad ascoltare il pezzo non lo diresti: è molto più facile farsi trasportare dal clima solatio, dall’andamento allegro, e alla fine anche quel coro fantastico sembra più un’incitazione nel corso di una gara automobilistica (anzi, per stare in tema, di motoscafi) che un grido di dolore per una storia d’amore giunta a repentina conclusione. Godiamoci, quindi, il frutto delle loro fatiche, e invidiamoli anche un pizzico, perché prenderla così alla leggera quando succede non è da tutti.

5. Linda Rondstadt – You’re No Good
Ancora male d’amore, ma esorcizzato in modo diverso: Linda lo butta fuori con un fraseggio vocale ombroso e bluesy, che suggerisce ambasce interiori. Ma al tempo stesso la ragazza ha voglia di lasciarsi alle spalle i dispiaceri e divertirsi, e si serve di una base strumentale minimale e dal groove invitante, in un certo senso proto-disco, per comunicarlo al mondo. Perché non può piovere per sempre, e il sole torna a splendere, prima o poi. Più prima che poi: questa versione del brano (originariamente scritto nel 1963 da Clint Ballard Jr. e prodotto dalla leggendaria coppia di autori Leiber-Stoller) guadagna alla Rondstadt il numero uno delle classifiche americane ed a “Heart Like A Wheel” (1974), LP al cui principio questa canzone è collocata, il Grammy per miglior album. Di che consolarsi, insomma; magari comprandosi uno yacht.

6. Steve Miller Band – Take The Money And Run
Da uno dei più celebrati rulers of the airwaves di metà anni Settanta il resoconto di una coppia di rapinatori in fuga col malloppo, mentre un detective li insegue e il clima attorno a loro si fa sempre più caldo. E la fuga si fa ardua, perché dal Sud di quelle chitarre pulite ma ispide, che risiedono in zona Sweet Home Alabama, alla spensierata California meridionale dei coretti sul ritornello è una lunga strada. La fuga nelle classifiche, invece, è stata breve, perché un riparo sicuro l’hanno trovato subito entrambi, singolo e album. E il titolo, da imperativo beffardo, è diventato un buon consiglio per gli entranti anni Ottanta.

7. Loggins & Messina – Sailin’ With The Wind
La copertina di “Full Sail” li ritrae spensierati al timone di una barca a vela in legno, intenti a scoprire le terre emerse per mezzo del fluido che le connette.  Sorridente spensieratezza confermata dalla canzone che chiude il disco, un’avvolgente veleggiata di oltre sei minuti che parte pacata e confidenziale, alla foggia di James Taylor, e prosegue tra fioriture caraibiche, momenti di bonaccia e boline di soliste gentili e languidi sassofoni. Finché, quando il cielo si incendia di un acceso tramonto e la giornata volge ormai al termine, si riporta lo yacht in darsena. Fino alla prossima escursione.

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