Seven Deadly Sins # 18

TWELVE STRINGS WONDERS
Per fare il rock ‘n’ roll ci vuole la chitarra, e la chitarra ha sei corde. Ma a volte ne ha dodici. Si può fare il rock ‘n’ roll con doppie trame, dunque? Due signori, un polistrumentista texano e un ingegnere di origini svizzere, tali George Beuchamp e Adolph Rickenbacker, si sono incaricati di rispondere positivamente, dapprima inventando – erano gli anni Trenta – la chitarra elettrica (nientemeno), poi raddoppiandone l’usuale numero di corde. Ne è uscito uno strumento dal suono inaudito allora come ora: argentino e penetrante, tintinnante e compatto, quasi un rintocco di campane in un sogno brumoso. Fu chiamato “jingle-jangle”, e tuttora non è chiaro se per ragioni onomatopeiche o da un verso di “Mr. Tambourine Man” di Bob Dylan; forse per entrambi i motivi, a sottolinearne l’ambiguo potere evocativo, capace di conferire un piacere ed un benessere intrinsecamente narcotici. Come che sia, dopo che, nel febbraio 1964, George Harrison provò, primo tra i professionisti di fama, quello strano oggetto rosso e bianco chiamato Rickenbacker 360/12 (la seconda mai costruita!), la musica non fu più la stessa, e si scatenò una corsa, principalmente in terra americana, ad imitare quel suono così unico, dando origine ad un nuovo genere, il folk-rock. Talmente basato sul suono della dodici corde che venne con essa sostanzialmente identificato. E mentre nei Seventies le 12-strings di grido furono principalmente Gibson SG, dal suono peculiare ma senz’altro più organico (si ascoltino “Stairway To Heaven” e “Hotel California”), nel decennio successivo le Rickies tornarono in auge nell’underground grazie ad un’ondata di band dedite al recupero del folk-rock che fu ed al suo aggiornamento ai nuovi standard imposti dal punk. In America ne nacque un non-genere, il college rock, che al suo interno conteneva una nutrita schiera di gruppi inequivocabilmente definiti “jangle pop”, dei quali i R.E.M. prima maniera furono i massimi rappresentanti, nonché un vero e proprio movimento di rivisitazione dei Sixties detto Paisley Underground, i cui ultimi strascichi arrivano, attraverso l’Inghilterra dei Novanta in preda al ciclone Brit-pop (Kula Shaker, in questo caso), fino ad oggi. I sette pezzi rispecchiano essenzialmente i due periodi principali, i Sessanta e gli Ottanta, con giusto un brano Seventies di raccordo e una chiusura indubbiamente nostalgico-revivalista, ma dovuta, per qualità e spessore dei personaggi coinvolti. E adesso preparate le orecchie ben aperte, perché quelle dodici corde non le sanno cogliere tutti, ma a quelli che le colgono hanno cambiato la vita.

1. The Beatles –  Ticket To Ride
Già dall’accordo iniziale e dall’arpeggio finale di “A Hard Day’s Night”, luglio 1964, si era capito che qualcosa era cambiato, che una stereofonia così non si era mai sentita e le cose non potevano che proseguire su quella strada. Si incaricava di confermarlo, l’estate seguente, uno dei gioielli incastonati in “Help!”, che apre proprio con quel tintinnio destinato immediatamente agli annali della musica novecentesca. Detta così, sembrerebbe che il pezzo in sé non abbia molto altro da offrire, ma il lettore ormai smaliziato sa che, quando si tratta dei Fab Four, ad offrirsi non sono le canzoni, ma le orecchie. Sciantose per quel tamburello che detta il crescendo, ammiccanti per gli intrecci vocali dei soliti, inarrivabili Lennon-McCartney e ormai irrimediabilmente cotte quando arriva la certificazione del controllore sul ritornello. Curiosità: per la prima volta la chitarra è suonata da Paul.

2. The Byrds – Mr. Tambourine Man
La pietra dello scandalo. “Andammo al cinema a vedere “A Hard Day’s Night”, e mi procurai subito una Rickenbacker a dodici corde come quella che George Harrison suonava nel film. La usammo per registrare “Mr. Tambourine Man” passandola solo attraverso un compressore. Non c’è altro“. Parola di Roger McGuinn, riconosciuto capostipite del jingle-jangle sound, novello Re Artù che impugna una Excalibur a dodici corde per liberare il mondo del rock dalle sue limitazioni. Difficile, d’altronde, fallire con un Merlino di nome Robert Zimmermann che crea incantesimi di tale potenza. Ne esce, per l’appunto, il fondamento di una leggenda. Anzi, di due: del folk-rock e della Rickenbacker.

3. Rokes – C’è Una Strana Espressione Nei Tuoi Occhi
Ha acutamente osservato Eddy Cilìa sul “Mucchio” che questo brano fu la principale fonte di esposizione del pubblico italiano alle delizie del jingle-jangle: difficile dissentire. Era il 1966 quando accadde, forse perché i Rokes erano inglesi e avevano un maggior contatto con quanto succedeva dalle loro parti in quegli anni frenetici, mentre nessun altro, nel timido panorama discografico dell’Italia anni Sessanta, aveva osato correre il rischio di importare quella straordinaria novità. In ogni caso ne è uscito un pezzo da antologia, archetipale di un’epoca e di un genere, il beat, che qui da noi ebbe vasto e prolungato seguito. L’originale sarebbe “When You Walk In The Room” dell’americana Jackie DeShannon, poi portata al successo dai conterranei Searchers, ma la versione “autarchica” di Shel Shapiro e la sua banda è quella in un certo senso definitiva.

4. Tom Petty & The Heartbreakers – Here Comes My Girl
Già la copertina di “Damn The Torpedoes” dichiara gli intenti: da un lato i piedi per terra del rocker tutto d’un pezzo, dall’altro le divagazioni sognanti della dodici corde. Tra Stones e Byrds, insomma. Obiettivo centrato con un album che è forse l’apice di una discografia di alto livello, in cui si staglia questa numero due: ritmo incalzante e una voce che sa tenere insieme Dylan, Jagger e le armonie dei Byrds, mentre lo scampanellio marca Rickenbacker riempie il sottofondo. Eterea e ctonia insieme.

5. R.E.M. – Moral Kiosk
Athens, Georgia, 1983. La banda di Berry, Buck, Mills e Stipe debutta sulla lunga distanza con “Murmur” e subito gli elogi si sprecano: chi sono quei quattro dall’aria timida e tranquilla, quasi malinconica, che si permettono di unire così bene i Sessanta di Byrds e Velvet Underground con le velleità artistoidi della montante new wave? Sappiamo ormai che fu vera gloria (e, se siamo onesti, che gli allori più fulgidi albergano altrove), ma sarebbe da folli perdersi questa perla di jangle pop proposto con abbandono e determinazione insieme, sorretta da una ritmica non dimentica del punk e da un insidioso coro…corale, mentre le plettrate di Peter Buck sulla “dodiciona” ingentiliscono il tutto più di quanto non riesca a fare da sola la voce di Stipe. Affrettatevi al chiosco, signore e signori, perché redenzione ce n’è, ma non per tutti.

6. The Smithereens – Only A Memory
Dimenticati alfieri del college rock, i quattro del New Jersey si ponevano come trait d’union tra la British Invasion, l’arena rock dei Settanta e lo spirito indipendente degli Ottanta, affrescando folgoranti quadretti dove le assorte eppure irresistibili melodie della voce sono contese tra il ruggito delle distorsioni e il rintocco jangly delle chitarre. Merito di Pat DiNizio, cantante dal tono profondo e talvolta inquietante, chitarrista capace e compositore dotato di intuito per i contrasti emotivi. Notevoli soprattutto il terzo LP, “Especially For You” (1986), e il quarto, “Green Thoughts” (1988), dal quale è tratto questo singolo, un elettrico 4/4 costruito sul sereno variabile, tuoni Marshall e schiarite Rickenbacker, un riff che ammicca al Bowie di “Rebel Rebel”, un ritornello ombroso e rari solismi di ascendenza hard. Il successo venne ma fu effimero, e confinò gli Smithereens in un’immeritata nicchia, nella quale tuttora giacciono. Peccato.

7. The Beach Boys – California Dreamin’
Parte l’arpeggio iniziale e si alza già un vento freddo che ci fa desiderare di essere altrove. Quando poi viene invocato il Golden State (“Eden e Getsemani dell’uomo industriale”, ebbi a definirlo; confermo) crolla tutto, e partire è l’unica soluzione. Chissà, poi, se quella California è mai esistita. Nel dubbio, la Ricky dell’ospite Roger McGuinn (Byrds, ma c’è bisogno di dirlo?) risponde creando uno strato di malinconia talmente denso che nemmeno le voci angeliche dei quattro Ragazzi da Spiaggia (ex ragazzi: fu incisa nel 1986, per essere acclusa alla raccolta “Made in The U.S.A.”) riescono a fugarlo. Non va meglio con il sax, ché son pugnalate al cuore ad ogni nota, tanto quanto il flauto nell’originale evocava meraviglie esotiche. Sarà che son passati vent’anni (E che vent’anni! Dal ’66 all’86…), ma il jingle-jangle, pur maestoso come sempre, sa di occasione mancata, di brusco risveglio, di amaro in bocca. Di dodici mesi di inverno. Ridacci il nostro sogno, signor Tambourine.

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