Seven Deadly Sins # 16

ABERDEEN BODHISATTVA
Nel Buddhismo, bodhisattva è colui che, pur avendo raggiunto il Nirvana, rinuncia all’estinzione del ciclo di reincarnazioni tipica del raggiunto stato di illuminazione per aiutare gli esseri senzienti che ancora si attardano sulla via che conduce alla liberazione dal desiderio e dal bisogno. Kurt Cobain è stato uno di loro. Frequentatore assiduo dell’underground e animato da un genuino spirito punk di autoproduzione e diffusione per canali alternativi, non è venuto meno al proprio ruolo – e, soprattutto, alla coscienza di esso – anche dopo avere acquisito una fama senza pari nella sua generazione, sfruttando la propria visibilità mediatica per porre l’attenzione su alcune realtà musicali indipendenti, meritevoli di riscontri da parte del grande pubblico. Perciò, nella commemorazione che il ventennale (da celebrarsi il prossimo 5 aprile) del tragico epilogo della sua vita necessariamente comporterà, mi pare doveroso ricordare il leader dei Nirvana, più che per motivi arcinoti o per ritriti cliché, per la sua efficace opera di supporto e propaganda di altri musicisti misconosciuti ma di grande spessore. A volte basta una maglietta, a fare grande chi la indossa.

1. Meat Puppets – Whirlpool
Per quantità e qualità meritano di stare in testa. Il trio arizoniano è stato capace di sfuggire ad ogni etichettatura, passando con la massima disinvoltura da uno stile all’altro (hardcore punk, country, psichedelia, roots rock, hard rock, pop, grunge; talvolta tutti insieme) e risultando convincente alle prese con ognuno di essi. In una discografia di livello medio molto, molto elevato, “Forbidden Places”, classe 1991 e primo album sulla major London dopo oltre un decennio con la leggendaria SST, è probabilmente la lost gem, sfuggito a tutti al tempo della pubblicazione (hai voglia a sbracciarsi a Tempe quando tutti hanno gli occhi puntati su Seattle!) e anche dopo (è fuori catalogo e non è mai stato ristampato). Da una sì prodiga miniera merita senz’altro l’estrazione questo pezzo, un power pop che vorrebbe farsi hard ma non ne ha il coraggio, non riuscendo a troncare totalmente con le proprie radici country e psichedeliche e corteggiando l’ascoltatore con una melodia vocale perfetta. Se ne accorgeranno, primi di tutti, i They Might Be Giants, e poco dopo verranno l’unplugged coi Nirvana e l’accesso al giro che conta, ratificato dal successivo “Too High To Die”. Ma la vera gloria è da qui indietro, quando erano indipendenti. Anzi no: quando mai non lo sono stati?

2. The Wipers – Potential Suicide
Un giorno o l’altro dovrò decidermi e narrare la storia di Greg Sage, uno dei più magnifici perdenti che il rock ‘n’ roll ricordi. Nativo di Portland, Oregon, a capo degli Wipers già nel 1977, Sage ha guidato la sua band attraverso i meandri dell’underground a stelle e strisce per oltre due decenni, partorendo una schiera di album, dieci, di livello costantemente elevato e gettando la spugna solo quando la triste realtà del disinteresse (nonostante un momento di notorietà relativa con l’esplosione del grunge) era divenuta ineludibile persino incidendo da solista (tre LP tra 1999 e 2002). E a poco sono valsi gli attestati di stima di musicisti più famosi, talvolta divenuti tali facendo propria l’intuizione principe degli Strofinacci: pop e punk non sono antagonisti necessari, se ci sono la psichedelia e la dinamica a tenerli uniti. Intuizione mirabilmente sintetizzata in questo brano, una seconda linea dell’immortale debutto a 33 giri “Is This It?” (1980), che già reca in nuce il trademark sound dei Nirvana: strofa quieta ed improvvise esplosioni di distorsione satura. Mancino, cantante e chitarrista, unico songwriter e leader di un trio, non timoroso di sperimentare con le sonorità più recondite del rock (si ascolti il disturbato e nevrotico “Youth Of America”), Greg Sage era un Kurt Cobain in potenza. Ma le cose sono andate diversamente e, probabilmente per sua fortuna, si è dovuto accontentare di rimanere quello che il titolo promette: un potenziale suicida.

3. Shonen Knife – Animal Song
Quando infine le vidi dal vivo, mi trasformai in un’isterica bambina di nove anni ad un concerto dei Beatles“. Parole così, pronunciate dal leader del gruppo più in voga del momento (la dichiarazione data 1991), avrebbero dovuto scatenare un bel putiferio. E invece non accadde niente, nemmeno quando le tre di Osaka furono chiamate ad aprire il tour estivo dei tre di Seattle (del quale si racconta che, ad ogni data inglese, Dave Grohl dovette aiutare le Shonen Knife, che suonavano da dieci anni, ad allestire la batteria). O meglio, ci fu un contratto con la Capitol ma nessun miglioramento nei rapporti col pubblico, grande o piccolo che fosse, e nella qualità delle uscite. Meglio, allora, rivolgersi alle prime prove; quelle più genuine e per questo spiazzanti; quelle che per puro caso avevano varcato il Pacifico ed erano finite nelle grinfie della K Records, ottenendo diffusione e generando un culto minuto ma radicato, specialmente tra i musicisti; quelle totalmente basate su canzonette di tre accordi, melodie infantili di marca precipuamente nipponica e testi di un’innocenza che sconfina nell’anencefalia. Roba che fa apparire i Ramones, recentemente tributati dalle tre con “Osaka Ramones”, dei compassati accademici. Una proposta che ricade appieno nell’azzeccata locuzione anglofona “acquired taste“, ma di sicura peculiarità, che Cobain ebbe il merito di cogliere e tentare di elevare. È andata come è andata, con buona pace di tutti.

4. Shocking Blue – Venus
In “Bleach”, al numero 5, troviamo “Love Buzz”, nenia vagamente speziata d’Oriente che i Nirvana rileggono con distorsioni nervose. Ma gli autori, gli olandesi Shocking Blue, attivi da metà anni Sessanta al 1974, erano anche molto altro: c’era del country, qui e là, come pure quadratezze beat-garage e divagazioni propriamente psichedeliche. Bell’esempio della versatilità del gruppo di Robby Van Leeuwen è “Venus”, il loro maggior successo americano, one hit wonder dell’affollata stagione psichedelica (come “Love Buzz”, proviene dall’LP “At Home”, del 1969) che mischia Creedence, Stones e una punta di Grace Slick nella voce grintosa di Mariska Veres. Peccato che la sostanza del songwriting non sia sempre stata di spessore pari a questo brano (e album), facendo cadere gli Shocking Blue tra le maglie del periodo più creativo del rock e in un dimenticatoio dal quale solo un orecchio attento poteva decidere di sottrarli. Operazione non pienamente riuscita, ma, una volta di più, meritoria.

5. Redd Kross – Notes And Chords Mean Nothing To Me
Si sa che il defunto li metteva in ogni compilation che preparava per gli amici. E di loro si sa che sono tra i primattori della scena hardcore losangelena, essendo cresciuti gomito a gomito con gente come Ron Reyes (voce dei Black Flag) e Greg Hetson (chitarrista di Circle Jerks e Bad Religion). Ma dai colleghi si distinguono per una scrittura decisamente più classicheggiante, non dimentica del rock dei Sessanta e del power pop, partorendo brani concisi che affiancano convincentemente aggressività e respiro melodico e che tematicamente pescano a piene mani nei più oscuri meandri della cultura pop, da Russ Meyer (la cover di “Look On Up At The Bottom” delle Carrie Nations, fittizia girlie band del film “Beyond The Valley Of The Dolls”) come da Charles Manson (la cover, stavolta, è “Cease To Exist”; un nome un programma…), fino alla demenza vera e propria (testi, e più d’uno, che trattano dei cereali da colazione). Nella vasta offerta costituita dal primo LP “Born Innocent”, del 1982, ho scelto questa martellante scaglia di punk melodico, il cui titolo è metà confessione e metà dichiarazione di intenti. Ratificheranno espressamente i Monkeywrench (sul debutto “Clean As A Broke Dick Dog”, 1992), ma sarebbe ipocrita non rinvenirne la lezione anche nei Nirvana.

6. The Vaselines – Molly’s Lips
Senza Cobain, il duo scozzese sarebbe rimasto nel quasi totale anonimato, con buona pace di cultori e ignari. E invece tre cover, disseminate in operazioni discografiche assortite e occasionalmente eseguite dal vivo, hanno reso giustizia all’affascinante guitar pop di Eugene Kelly e Frances McKee, partorito a metà anni Ottanta e condensato in due EP e un LP (ma nel 1992 l’opera omnia è stata raccolta in un unico CD dalla Sub Pop). Plauso a questi neanche due minuti per jingle jangle chitarristico e voce carezzevole nel suo ripetere una filastrocca tanto memorabile quanto disarmantemente semplice: “Kiss, kiss Molly’s lips“. I Nirvana la rifaranno a distorsione spiegata, rendendola più divertente ma snaturando l’aurea ad uno eterea e scanzonata dell’originale. Chissà se Molly se l’è presa.

7. Beat Happening – Our Secret
Traccia 1, Lato A, primo album. Nel 1983 era un segreto, ma non poteva essere custodito a lungo: ritmi incalzanti, chitarre non distanti dal coevo fermento Paisley Underground e una voce narcotica e trasognata. Merito del guru Calvin Johnson, leader del gruppo e fondatore della K Records di Olympia, attiva agitatrice dell’underground statunitense, il cui logo, una K racchiusa in uno scudo, albergava tatuato sull’avambraccio di Cobain e nel testo di “Lounge Act”. Eroi della scena alternativa del Northwest tra Ottanta e Novanta, ebbero postuma la gloria meritata, ma senza i riscontri di vendita del grande pubblico. Sono il nostro segreto, dopotutto.

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