Seven Deadly Sins # 14

MARAUDER (OF THE CHARTS)
Da tempo ormai si levano alti lai verso il triste destino dei “cervelli in fuga”, gente promettente che, per perseguire le proprie ambizioni, perlopiù di natura imprenditoriale, scientifica o artistica, è costretta ad emigrare e a conseguentemente porre il proprio talento al servizio dello Straniero. L’etichetta di “cervello”, a onor del vero, è spesso appiccicata a sproposito o con eccessiva larghezza, talvolta persino offendendo la materia grigia di chi, invece, resta. Ma se di cervelli in fuga dall’Italia vogliamo parlare, in ambito musicale nessuno, fin dalla seconda metà del Novecento, sovrasta i traguardi di Giorgio Moroder, altoatesino di Ortisei armato fin dalla prima gioventù di idee chiare, ferrea determinazione, teutonica etica del lavoro e vivida intelligenza. E i risultati a cui consente di approdare la combinazione di questi elementi sono adeguatamente enucleati nel palmares: due Oscar per la miglior canzone, tre Grammy Awards, un modello di automobile intestato a suo nome (la Cizeta Moroder V-16) e il titolo di Commendatore della Repubblica italiana, tra gli altri. Difficile riassumere quarantacinque anni di musica – non sempre eccellente, a onor del vero; anzi – in sette brani, ma valga la playlist come stimolo al lettore per incuriosirsi.

1. Giorgio – Son Of My Father
Emigrato a metà anni Sessanta in Germania con in mente di diventare musicista, il nostro ci prova subito, ottenendo, però, scarsi riscontri. Fino al 1972, quando l’album “Son Of My Father”, uscito a nome Giorgio, gli consente di tentare il primo, timido abbordaggio alle classifiche. Fa da sperone il brano omonimo, che unisce un beat danzereccio di matrice boogie al sintetizzatore Moog, allora strumento di pura avanguardia, del quale Moroder fu uno dei primi utilizzatori. Un punto di contatto tra gli Status Quo e la Shania Twain di “Man, I Feel Like A Woman”, che in quello stesso anno sarà portato nella Top 20 inglese dalla meteora Chicory Tip.

2. Donna Summer – I Feel Love
Dal 1971 Moroder è ormai stabile a Monaco, e qui incide demo nello studio da lui creato (i leggendari Musicland Studios, che hanno ospitato gente di ogni tipo, dai Deep Purple a Amanda Lear, dai Rolling Stones ai Queen), nella speranza di trovare un cantante adatto. Figura che si materializza in Donna Summer, pantera americana di una sensualità senza rivali. Dal 1974 al 1980 i due collaborano fittamente, e il sodalizio costituisce una delle vette creative dell’era disco. Archetipo ne è questo brano del 1977, in cui le tastiere dal suono cromato e splendente e i ritmi sintetici di una delle prime, pioneristiche drum machine anticipano largamente il gusto degli anni Ottanta e determinano la nascita, o perlomeno l’iscrizione anagrafica, di un nuovo genere: l’elettronica.

3. Irene Cara – Flashdance…What A Feeling
L’uomo di Ortisei è sempre stato affascinato dal cinema, e Hollywood nota le sue capacità fin da fine anni Settanta, quando viene incaricato di musicare “Fuga di mezzanotte” e di scrivere un brano per il disco-film “Grazie a Dio è venerdì”. Ma l’exploit cinematografico arriva con il nuovo decennio, un’escalation inarrestabile che raggiunge vette che forse nemmeno lo stesso compositore poteva immaginare: la trilogia “American Gigolo” (1982), “Scarface” (1983) e “Flashdance” (1983) sbanca il botteghino e spedisce i pezzi di Moroder nei piani alti di Billboard. Simbolo di quegli allori è “What A Feeling”, classico del filone “film sulla danza” tuttora onnipresente nell’etere e multimillion seller di portata epocale: a tutt’oggi è il quarto brano eseguito da una cantante più venduto di sempre. Lo si ama (principalmente le adolescenti) o lo si odia (principalmente quelli, uomini in ispecie, che all’epoca c’erano), ma è praticamente impossibile ignorarlo, con quel ritornello che si salda molesto nel timpano dell’ascoltatore per poi aggredirne la memoria. What a feeling, appunto.

4. Freddie Mercury – Love Kills
A metà anni Ottanta, Moroder è il re delle colonne sonore. Ma la fama a volte acceca e fa credere alla portata imprese in cui sarebbe meglio non cimentarsi. Parlo delle musiche composte dall’altoatesino, con quasi sessanta anni di ritardo, a corredo di “Metropolis”, capolavoro del cinema muto. Passo indubbiamente falso, ma vista la classe dell’uomo qualcosa da salvare c’è comunque: questa “Love Kills”, che unisce due dei massimi talenti della musica pop del tempo in un curioso ma interessante mélange dei reciproci stili, la densa elettronica di Moroder e il versatile, teatrale, emotivamente denso cantato del leader dei Queen. Sintetizzatori a profusione, innumerevoli sovrincisioni delle linee vocali e baffi, molti baffi.

5. Berlin – Take My Breath Away
In diretta dalla soundtrack più venduta di tutti i tempi, nientemeno. Atmosfere languide, linea di basso indimenticabile e le immagini di Tom Cruise e Kelly McGillis in azione che fanno sistematicamente capolino. Uno dei più fulgidi esempi dell’abilità di Moroder di abbandonare l’elettronica tout court per cimentarsi, con grande successo, nella scrittura pop. Curiosità: il testo (come pure quello dell’altro grande hit del disco, “Danger Zone”, cantata da Kenny Loggins) fu scritto da Tom Whitlock, all’epoca meccanico delle Ferrari di Moroder; ulteriore indice dell’intelligenza dell’uomo nel saper cogliere anche gli spunti più inattesi. Perdonate l’ovvietà dell’inclusione, ma oggi è San Valentino, dopotutto.

6. Mr. Big – Strikes Like Lightning
Anno 1990. L’ospite è un insulso susseguirsi di cliché dell’action movie, ma non è “Top Gun”. Il brano è rimasto quasi totalmente sconosciuto, schiacciato dai copiosi riscontri dell’opera dei Mr. Big, forse il quartetto complessivamente più talentuoso dell’hard rock americano a cavallo tra Ottanta e Novanta. La sua inclusione, dunque, è dovuta a fini dimostrativi, a ribadire la versatilità compositiva di Moroder, a suo agio con i beat ammiccanti della disco come con le chitarre ruggenti dell’hard ‘n’ heavy con ambizioni da classifica. E un assolo di sei corde che scapicolla e tuona come il fulmine del titolo.

7. Daft Punk – Giorgio By Moroder
La definitiva consacrazione. “Random Access Memories”, ultima fatica del venerato duo francese, è zeppo di collaborazioni, ma nessuna – nonostante l’oceanico successo del singolo “Get Lucky” – raggiunge il livello di questo brano, un vero e proprio tributo all’uomo che forse ha fatto di più per la musica elettronica. Che qui si racconta per svariati minuti, mentre una base memore dei suoi trascorsi bavaresi di metà anni Settanta cresce in sottofondo, mutandosi in una melodia avvolgente e avvolgendosi ancora nelle spire della narrazione autobiografica, fino all’esplosione finale di una roboante chitarra dal sapore hard. La torcia è passata; illuminata rigorosamente al neon.

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