Seven Deadly Sins # 13

MOTOR CITY SLANG
Ultimamente si fa molto parlare di Detroit, e non certo per il meglio. Sarà perché è il primo caso di grande città dichiarata ufficialmente fallita (lo scorso 3 dicembre); sarà perché la Fiat ha comperato l’intera Chrysler, con evidenti ricadute occupazionali sul già martoriato tessuto sociale cittadino, precipuamente e tradizionalmente operaio; sarà perché le temperature polari di questi giorni hanno paralizzato la vita civile di quell’angolo di Nord America. Fatto sta che tutti gli elementi sembrano cospirare per assicurare un futuro breve e gramo alla metropoli del Michigan. Eppure c’è stato un tempo in cui la Motor City produceva propulsori non solo stradali, ma anche musicali: John Lee Hooker, Aretha Franklin, Bob Seger e White Stripes vengono tutti da qui, come pure la leggendaria etichetta soul Motown. I sette pezzi che seguono sono un tributo alla città più martoriata d’America, nella speranza di vederla risorgere dalle sue ceneri per nuovamente infondere grande musica nel mondo.

1. The Supremes – You Can’t Hurry Love
Dimenticate Phil Collins e la sua patina di produzione, qua andiamo al cuore del rhythm & blues: ritmi irresistibili e vocalizzi che dietro un languore posticcio celano una sensualità senza pari. Grande successo della decisiva stagione 1966-67 e uno degli apici della Motown, che impose il successivo cambio di monicker, a definitivo suggello della preponderanza della leader Diana Ross. Anche Detroit ha un’anima.

2. The Stooges – I Wanna Be Your Dog
Difficile sottostimare l’influenza di questo brano, finito nella scaletta di tutti i freak del rock ‘n’ roll, da Sid Vicious ai Sonic Youth. Ritmi ossessivi, vocalità stralunata e recitativa innestata su un testo di inaudita perversione (un’Iguana che ti si offre come cane?) e uno scheletro musicale spolpato di ogni prodigalità d’arrangiamento creano un clima nervoso ed inquietante, ideale necrologio per la nazione hippie (siamo nel 1969). Lasciate ogni speranza, cats.

3. Ted Nugent – Motor City Madhouse
Il cavernicolo di Detroit tributa gli onori alla sua città natia ,”murder capital of the world“, menando la clava a sei corde marca Gibson che da quasi quarant’anni lo accompagna. Benzina blues sul fuoco chitarristico e propulsione ritmica assicurata. Bella gabbia di matti.

4. Negative Approach – Sick Of Talk
Una delle più intense realtà dell’hardcore a stelle e strisce dei primi anni Ottanta. Ben donde, considerata la provenienza: ambiente irrimediabilmente inquinato, tasso di omicidi alle stelle, disoccupazione dilagante e tensioni razziali assortite. In questo contesto c’è anche chi trova il tempo per dare aria ai denti ciarlando, e ci pensano i Negative Approach a metterlo in riga con una sfuriata misantropa di ventinove secondi. Asciutta, epidermica ed essenziale; come il disco che la contiene: dieci pezzi in un 7”. Non c’è tempo.

5. Derrick May – The Dance
La techno è un’ossessiva ripetizione di suoni sintetici e battiti elettronici, a simboleggiare l’alienazione determinata dalla tecnologia e dalla società industriale: dove altro poteva nascere se non a Detroit? Questo dj nero ci pensa fin dal 1987, anno in cui partorisce questi oltre sette minuti per movimento corporeo, sovente incentivato da sintesi di chimica artificiale. Il mondo, una volta di più, prenderà nota.

6. Eminem – Stan
Essere bianco nei sobborghi di Detroit non è facile; figurati, poi, essere un rapper. Ci vuole perciò un talento fuori dal comune per emergere. Questo talento ha nome Marshall Mathers, e a fine anni Novanta si è imposto in ogni dove come MC, resistendo, tra alti e bassi (più personali che artistici, a onor del vero), alle pressioni di una fama (trans)oceanica. Questo singolo, tratto dal primo, storico album, lo dimostra rimatore maturo nel cogliere i rischi e le ossessioni a cui lo star system sottopone entrambi i lati della barricata, l’artista come il pubblico, nonché accorto musicista nel contrapporre l’angelica voce dell’inglese Dido al cupo pessimismo delle basi. Le luci della ribalta splendono sull’8 Mile Road.

7. Scott Morgan Band – Detroit
Un’accorata ricapitolazione delle locali glorie musicali, compiuta da un eroe della scena del Michigan, animatore coi Rationals (i primi a scoprire la bontà di “Respect” di Otis Redding; Aretha Franklin terrà le orecchie bene aperte), la Sonic’s Rendezvous Band (ovvero “come suscitare un culto pluridecennale incidendo una sola canzone in un 45 giri”) e molti altri progetti. Praticamente una guida musicale cantata: la Motor City che ci piace è tutta qui.

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