Seven Deadly Sins #12

CIAO 2013
L’anno finisce e tutti si affrettano a stilare classifiche di sorta. Io mi limito a suggerire i soliti sette pezzi sette, che questa volta sono tenuti insieme proprio dall’anno di pubblicazione, quello ancora per poco corrente. Come un ascolto potrà evidenziare, l’atmosfera è di sentore principalmente blues; deve essere perché quelle cinque note e mezzo in tre accordi e dodici battute sono un po’ la base di tutta la musica pop dal Novecento in poi. O forse perché “the blues ain’t nothin’ but a low-down achin’ chill (and if you ain’t never got it, I hope you never will)“, e in questa stagione il fresco non manca. Come che sia, buon 2014 a tutti.

1. The Strypes – You Can’t Judge A Book By The Cover
Il quartetto irlandese è stato una delle sorprese dell’anno, anche per la scelta degli standard del blues e il cipiglio nel renderli: come questo classico di Willie Dixon, che passa gli Yardbirds di Clapton al tritacarne del punk, tra ritmiche convulse e un’armonica sfrigolante. Adrenalina pura.

2. Michael Lee Firkins – Cajun Boogie
Uscite centellinate ma sempre ineccepibili per lo straordinario axeman americano, uno dei più titolati aspiranti al trono del regno rock blues: tecnica ineccepibile, feeling ai massimi livelli, vocione profondo e non una nota di troppo. Il titolo dice tutto su dove ci troviamo, e infatti “Cajun Boogie” gronda umidità come una mangrovia di palude e pizzica come una ciotola di gumbo fumante. Voodoo you love.

3. Tom Keifer – The Flower Song
Sempre giù al Sud, ma un po’ più a nord: in Tennessee, tra Memphis e Nashville, tra rock e country. Da lì viene questo profumo di campi e prati, portato su ali di slide da una brezza soffice e carezzevole, tra crespe reminiscenze della Cenerentola del rock anni Ottanta e tratti di strada lastricati di Pietre Rotolanti. Sono d’accordo con te, Tommy, e infatti tra i quattordici fiori che hai raccolto quest’anno scelgo proprio questo.

4. Dregen – Flat Tyre On A Muddy Road
Album di qualità discontinua, il debutto del chitarrista svedese: brani orecchiabili e nulla più sgomitano con veri e propri gioielli luccicanti (pochi, ad essere onesti). Principe di questi ultimi è il primo singolo, un blues dal sapore decisamente roots, lividamente autobiografico e furbescamente blasfemo. E sullo spelacchiato tappeto di pentatoniche si adagia un ritornello – udite udite – indimenticabile. My Lord, sweet Satan, che canzone!

5. Robert Pehrson’s Humbucker – Haunt My Mind
Ancora Svezia, ancora chitarra, ancora eccellenza. Suoni scoppiettanti ma melodia totalmente scandinava per questi tre minuti e sei secondi, a cominciare dall’irresistibile fraseggio iniziale. Un corroborante frullato di Thin Lizzy, power pop e rock ‘n’ roll, come solo gli svedesi sanno prepararlo. Il rock sarà anche morto, ma non è da tutti andarsene con così tanta classe.

6. Black Sabbath – Damaged Soul
Perché è esattamente ciò che il titolo promette. E perché, alla fine, è difficile non riconoscervisi.

7. Running Wild – Bloody Island
A furore Hamburgensium libera nos, Domine! Il ritorno di capitan Kasparek e la sua ciurma è stato salutato con acclamazione in tutto il mondo metallico, e non è difficile capire perché ascoltando i dieci minuti di questo epicissimo congedo, aperto dallo sciabordio delle onde e proseguito in pompa magna da ritmiche marziali e riff imponenti. Una “Rime Of The Ancient Mariner” per il nuovo millennio.

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